La Bce propone la mano dura



DRAGHI:L’UEMULTIIGOVERNISENONATTUANORIFORMEADEGUATE.ILQESUPERA2.000MLD,MAL’EUROVOLAA 1,18

ROMA. Il quantitative easing (Qe) di Mario Draghi sfonda per la prima volta la barriera dei 2.000 miliardi di euro. Ma l'euro punta già sul dopo-Qe e su una Federal Reserve più prudente della sua cugina europea, volando sopra 1,18 dollari. Francoforte, in un'anticipazione del bollettino mensile, striglia le autorità europee e i governi, invitando a multare chi sfora troppo sul deficit e non fa riforme: troppi pochi progressi di paesi come Italia, Francia, Portogallo nell'attuazione delle riforme raccomandate nonostante il monitoraggio specifico da parte della Commissione Ue. Ma è sfogliando l'aggiornamento dei dati sugli 'asset purchases programme', che i totali delle varie voci di acquisto raggiungono al 28 luglio oltre quota 2.010 miliardi dai 1.953 miliardi di fine giugno, fra acquisti di bond aziendali (101,8 miliardi), titoli di Stato (1.659 miliardi), Abs (24,6 miliardi) e covered bond (225 miliardi). La tabella di marcia, che al ritmo di 60 miliardi di acquisti prevede di arrivare a 2.300 miliardi a fine anno, è pienamente rispettata. Ma i mercati guardano già oltre. L'euro vola fino a 1,1833 dollari da 1,1751 di venerdì, segnando un nuovo massimo dal gennaio 2015. Pesano le mosse della Fed, che ha preso una pausa nel rialzo dei tassi di fronte all'inflazione debole. Ma soprattutto gli investitori ragionano sulla Bce, dopo che Draghi ha sottolineato la robustezza della ripresa nell'Eurozona e segnalato che la Bce ragiona su una revisione del Qe. L'inflazione dell'Eurozona, tuttavia, a luglio è rimasta ferma all'1,3%, lontana ancora dal quasi-2% che è l'obiettivo di Francoforte. Nella riunione di settembre Draghi potrebbe prendere ancora tempo, limitandosi a segnalare che la Bce sta studiando come rallentare gli acquisti del Qe da gennaio in avanti. Ma al più tardi a ottobre dovrà comunicare come intende procedere: e non pochi, fra gli investitori, scommettono che ad agosto, a Jackson Hole, potrebbe prendere forma uno scenario in cui di fronte alla crescita Usa più incerta di quella europea (tenendo conto anche del venir meno degli stimoli di bilancio di Trump, per ora) un apprezzamento dell'euro ci può stare. Un dollaro più debole toglierebbe molte castagne dal fuoco a Trump, le cui promesse di rilancio dell'industria nazionale si scontrano con la caduta in disgrazia di molte misure protezionistiche: morta e sepolta la «border tax», è sul filo anche la proposta di nuovi dazi sull'acciaio invocando la sicurezza nazionale.