La Bosnia culla di Jihadisti



TERRORISMO/IL RAPPORTO DELL’EUROPOL SULLA SICUREZZA DELL’EUROPA

Nei giorni addietro l’Europol ha pubblicato un interessante rapporto intitolato TESAT (Terrorism Situation and Trend report) incentrato sulla natura e le caratteristiche fondamentali delle principali minacce alla sicurezza europea. All’interno di esso, uno spazio particolare è stato dedicato al focolaio balcanico poiché, secondo le ultime sti- me, oltre 800 foreign fighters sarebbero partiti proprio dall’ex-Jugoslavia e dall’Albania alla volta di Siria ed Iraq. Come sottolinea l’Agenzia, infatti, “l’ideologia radicale islamista, promossa da predicatori radicali e/o leader di alcuni gruppi salafiti, sfidando il tradizionale predominio dell’Islam moderato nella regione, ha guadagnato notevole terreno”. Le zone maggiormente interessate da questo fenomeno sono la Bosnia Erzegovina, il Sangiaccato (regione a cavallo fra Serbia e Montenegro) e tutta la fascia abitata da popolazioni albanesi (Albania, Kosovo, parte della Macedonia e della Serbia). Secondo l’Europol, inoltre, la sicurezza comunitaria è messa a repentaglio anche dal fatto che questi gruppi estremisti possono contare sulle ingenti quantità di armi leggere ed esplosivi ancora disponibili nella zona in seguito ai conflitti ivi combattuti negli anni ’90. Per comprendere meglio le modalità con cui questo problema è andato affermandosi, può essere utile prendere ad esempio il caso della fin troppo sottovalutata Bosnia. Il Paese, divenuto una federazione in seguito alla guerra civile del 1992-1995 e fortemente supportato da un’eterogenea coalizione costituita da Paesi Nato e grandi Stati musulmani (come Arabia Saudita ed Iran), è stato anche il primo della regione a conoscere l’influenza dei Mujaheddin e di al Qaeda. Numerosi volontari (secondo alcune fonti il numero raggiungerebbe le 3-4000 unità) appartenenti alle più famose sigle terroristiche furono fatti affluire nei territori controllati dal governo di Sarajevo guidato dall’allora presidente Alija Izetbegovic allo scopo di difendere i musulmani dalle preponderanti forze serbo-bosniache e croate. Bin Laden e i suoi collaboratori accolsero con entusiasmo la richiesta di aiuto in quanto la guerra che si andava allora combattendo nel cuore dei Balcani non rappresentava solo l’occasione per difendere dei correligionari, ma soprattutto un’eccezionale occasione per addestrare nuove reclute agli scontri urbani, alla guerriglia e anche alle operqazioni più convenzionali. Secondo il mio esimio collega, l’esperto bosniaco di questioni militari e sicurezza ?evad Galijaševi , inoltre, già allora si iniziò a vedere l’importanza del collegamento fra l’Italia e le vicende locali, dato che vi furono anche dei significativi arrivi di volontari dalla zona di Milano. Una volta finito il conflitto, comunque, anziché far

ritorno nelle loro terre di origine, numerosi mujaheddin decisero di restare, sposando le donne locali e, spesso, ritirandosi a vivere in zone appartate e scarsamente controllate dalle autorità. Ciò fu reso possibile dalla decisione delle forze politiche e di sicurezza di non prendere alcuna contromisura contro questi uomini, il che evidenzia come già allora fosse chiara l’influenza che al Qaeda era in grado di esercitare su alcuni ambienti dell’amministrazione pubblica. Tale preoccupante rapporto, comunque, è andato ulteriormente stringendosi negli ultimi anni, tanto che ora, sempre secondo Galijasevic, l’ex organizzazione di Bin Laden è una vera e propria forza politico-economica, il che spiega, a suo modo di vedere, perché possa continuare ad operare relativamente indisturbata. Questa affermazione, per quanto forte, sembra essere corroborata anche dal fatto che le principali azioni dell’antiterrorismo bosniaco sono state dirette contro i simpatizzanti locali dello Stato Islamico che, seppure numerosi nel computo totale di foreign fighters balcanici partiti per il Califfato, possono in realtà contare su una rete di supporto inferiore a quella di al Qaeda. Non va comunque escluso che sulle azioni delle forze di sicurezza locali abbia anche influito la propensione occidentale a richiedere risultati immediati solamente nella lotta all’Isis, ritenuto a torto il nemico pubblico numero uno.


ITALIAN LANGUAGE DAILY NEWSPAPER

PUBLISHED BY GRUPPO EDITORIALE OGGI

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Tutti i diritti riservati @ GRUPPO EDITORIALE OGGI e A SOAKING MEDIA