La Corte frena Lady May


GB/I SUPREMI GIUDICI HANNO DECISO: SULLA BREXIT DEVE DECIDERE IL PARLAMENTO


LONDRA. Niente 'prerogative reali' o al- tri retaggi d'un potere sovrano del tempo che fu. Il gabinetto Tory di Theresa May dovrà passare per un voto del Parlamento, nel Paese che il parlamentarismo l'ha in- ventato, prima di avviare l'iter formale di separazione dall'Ue attraverso la notifica dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Lo ha deciso in via definitiva la Corte Suprema britannica, con un verdetto in qualche modo storico che dà torto all'esecutivo e ragione a un drappello di cittadini guidati dalla com- battiva donna d'affari e attivista d'origine caraibica Gina Miller. Ma esclude, a van- taggio del governo, un qualsiasi diritto di veto da parte delle assemblee elettive di Scozia, Irlanda del Nord e Galles.

Un intoppo per la compagine di lady Theresa, che nei giorni scorsi ha delineato la sua Brexit come una Brexit 'hard' e senza compromessi, con annesso sganciamento dal mercato unico europeo caro alla City. Ma non uno stop, fa sapere Downing Stre- et, annunciando a caldo (senza nascondere la "delusione") di voler "rispettare" il detta- to degli 11 supremi giudici del regno, non certo mettere in discussione l'addio al club dei 28 sancito dal risultato referendario del 23 giugno, né la scadenza - già indicata da May entro fine marzo - per dare il via alle danze negoziali.

L'intenzione - ha poi chiarito il ministro per la Brexit, David Davis - è a questo punto quella di depositare in aula giovedì una "legge il più inequivocabile possibile" che autorizzi lo stesso governo ad attivare l'ar- ticolo 50: quasi un prendere o lasciare per deputati e lord, 'sfidati' da Davis ad accetta- re o meno "la volontà popolare" espressa nel referendum di 7 mesi fa.

Resta d'altronde il fatto che, se anche la meta finale non cambia, la decisione di ieri qualche incognita è destinata a produrla. Difficile valutarne l'effetto concreto. Tuttavia il dibattito parlamentare, per sprint che sia, andrà affrontato.

"Il governo non può far scattare l'artico- lo 50 senza un atto del Parlamento che lo autorizzi", ha tagliato corto il presidente della Corte Suprema, lord Neuberger, illu- strando in sintesi le argomentazioni del di- spositivo.

Argomentazioni che riconoscono in te- oria il diritto di appellarsi alla vecchia 'Royal Prerogative' e di agire in autonomia, anche scavalcando le Camere, in materia di revoca d'un accordo internazionale. Ma non se que- sto è destinato ad avere un impatto sulla le- gislazione britannica e su alcuni diritti dei sudditi di Sua Maestà: come, evidentemen- te, nel caso del divorzio da Bruxelles.

Rimane ora da capire quanto margine di manovra possa avere il Parlamento. Esclusa da tutti gli osservatori l'ipotesi di un rove- sciamento dell'esito referendario pro-Brexit che significherebbe uno schiaffo al popolo sovrano, bisognerà verificare se i deputati e i lord si piegheranno all'alternativa secca 'articolo 50 sì-articolo 50 no' imposta dal go- verno May. La parola finale spetterà ai Co- muni, mentre la Camera dei Lord - non elet- tiva e in larga prevalenza filo Remain - po- trebbe al limite rallentare la procedura.

Quanto ai 54 indipendentisti scozzesi dell'Snp, scottati dalla bocciatura unanime da parte della Corte del secondo ricorso, si tratta ora di condurre una battaglia di testi- monianza a Westminster. In attesa di riesu- mare - come già minaccia la first minister Nicola Sturgeon, ancora una donna prota- gonista di questa storia - la partita di un'ipo- tetica secessione. Il solo referendum che conti, a nord del vallo di Adriano