La difficoltà di avere talento


NEW YORK/PRIMA MONDIALE DEL TESTO DI DACIA MARAINI “UNA PITTRICE DI PROVINCIA”


NEW YORK. “L’arte non è una cosa per donne”, si sente rispondere dal padre la giovanissima Rosa. A nulla valgono il desiderio e la convinzione della ragazza: “Avviati a fare l’infermiera, come ha fatto tua madre, e come ha fatto tua nonna”, le consiglia il genitore. Queste righe aprono l’ultimo lavoro teatrale firmato da Dacia Maraini, “Una pittrice di provincia” (A Provincial Painter), un “telegramma” sulla condizione femminile, spedito negli Stati Uniti, dove verrà rappresentato in prima mondiale a New York, il 25 febbraio, alla presenza dell’autrice, per l’inaugurazione del nuovo Cemtro Culturale Italytime (25B Carmine Street), per la regia di Vittorio Capotorto. La storia è ambientata nella comunità italoamericana della Pennsylvania, in una casa nei sobborghi di Philadelphia dove vivono Rosa e il padre. Nonostante le pressioni familiari la giovane decide di intraprendere la sua strada, tentando la fortuna a Chicago. Sconfitta e umiliata ritornerà sotto le ali paterne, ma sarà poi il padre-pigmalione a promuoverla e farle trovare il suc- cesso nella Grande Mela, a discapito però della sua libertà creativa. Una situazione “claustrofobica”, senza via d’uscita, nella quale la protagonista femminile ha solo due opzioni: rimanere a casa in un ruolo di accudimento, abbracciando un ruolo tradizionale, oppure raggiungere il successo, appiattiendosi in un lavoro alienante. “E’ così, è proprio quello che intendevo raccontare”, ci spiega Dacia Maraini che raggiungiamo telefonicamente in Italia, “la storia avrebbe potuto avere anche un uomo come protagonista, ma ovviamente per una donna in una situazione del genere, l’accanimento è doppio. Prima c’è la fatica per farsi riconoscere un talento e poi interviene il peso delle richieste del mercato. Il padre è dominante, sfrutta le qualità della ragazza, ne approfitta. E’ una prigione dalla quale una donna fa fatica ad uscire”. Il fatto che la storia sia ambientata in una famiglia italoamericana ha un significato? “Prima di tutto la pièce è nata su richiesta di Vittorio Capotorto e quindi è stata una scelta precisa quella di ambientarla negli Stati Uniti. Però è una vicenda che potrebbe avvenire ovunque, mi sono voluta allontanatare da un contesto sociale particolare e, anche, come dicevo prima, da un’appartenenza di sesso, cioè il protagonista potrebbe essere un uomo. Non ho voluto scrivere un manifesto femminista, anche se per una donna le pressioni sono maggiori. Succede nell’arte, nella musica, in tutti i campi creativi”. Il padre è una figura forte, quasi un uomo d’altri tempi... “In realtà mi sembra una figura debole, un uomo che ha bisogno della figlia per sopravvivere, dominato da un’ansia di possesso. Non riesce a pensare alla propria vita in termini di libertà. Ci sono due elementi portanti nella storia. Il primo è l’ambito creativo, quello che accade spesso e in breve tempo, e cioè il talento si con- fronta con le richieste del mercato, dei critici, del pubblico, la protagonista perde la libertà creativa per entrare in una ripetizione di se stessa. E poi il rapporto con la famiglia, con la tradizione, in questo caso manca la madre, il nucleo familiare è costituito dall’unico elemento paterno”. Dal suo punto di vista di donna e attivista per le battaglie femminili, le chiediamo un commento su quello che sta accadendo qui in America. Che cosa pensa di Trump e della enorme reazione espressa dalla Women’s March? “Siamo tutti sorpresi, donne e uomini dalle cose dette da Trump. Gli americani ci hanno fatto pesare la figura di Berlusconi, ci chiedevano come avevamo potuto eleggerlo, oggi loro si trovano nella stessa situazione. Berlusconi e Trump sono simili. Forse Berlusconi ha fatto cose peggiori alle donne, è stato beccato con una minorenne, ma la società cattolica è più tollerante. Entrambi sono contornati da donne bellissime, ma non hanno stima nelle donne e non le rispettano, le donne per loro sono corpi per il piacere maschile, non hanno una professionalità. Rimase celebre la risposta che Berlusconi diede ad una ragazza che gli diceva di non avere lavoro: ‘Sposi un uomo ricco’, le disse. Come se l’unica via fosse stipulare un contratto usando il proprio corpo, un’idea mercantile del corpo femminile. Vedere marciare tutte quelle donne mi ha fatto molto piacere, è il segnale che non c’è passività tra le donne americane, che esiste una forte reazione. La democrazia è proprio questo”. Quale potrà essere il prossimo passo di questo movimento? “Queste marce non cambiano il mondo, ma Trump deve comunque ternerne conto. Non è un caso che la prima cosa che abbia fatto, mi sembra di aver letto, è negare i numeri delle presenze. Se non terrà in considerazione queste proteste, ne verrà sommerso”. Da tanti anni viene in America?“Vengo ogni anno a visitare le università. Direi di aver girato quasi tutte le università americane. Ho ricevuto anche un Laurea honoris causa. La cultura all’interno degli atenei è vivissima e c’è un grande interesse per l’Europa, cosa che non accade all’esterno. Le faccio un esempio. Stavo scrivendo un testo su Veronica Franco, una poetessa del Sedicesimo secolo. In Italia non sono stata in grado di reperire materiale sufficiente. Negli Usa ho trovato ben due studiose che stavano scrivendo saggi su di lei. Le biblioteche sono eccezionali, è un mondo che ammiro. In America ci sono anche le nostre radici italiane e io credo molto negli scambi tra Paesi”. In che stato è questo Paese adesso? Dove va l’America? “E’ piena di contraddizioni, come l’Italia, il mondo intero è preso dalle paure, sono in atto dei cambiamenti, cambiamenti in peggio direi, assistiamo alla rinascita dei movimenti di estrema destra, anti-gay, anti- donne. Bisogna stare molto attenti e ricordarsi che i diritti non sono acquisiti per sempre. I giovani e gli studenti che ho intorno sono convinti che i diritti siano lì per sempre, ma non è vero. Quello che i nostri genitori hanno conquistato con tanta fatica può andare perso. Bisogna prestare attenzione. La marcia delle donne è un segno di consapevolezza, c’è un sentimento diffuso di paura, paura di perdere i diritti acquisiti. Ho visto i militari sfilare durante l’Inauguration Day, noi pensiamo che le guerre siano sbagliate, noi proseguiamo con le nostre idee pacifiste”.