La nostra storia e microstoria


LOS ANGELES/SUCCESSI E DISCRIMINAZIONI RACCONTATI NEL MUSEO ITALOAMERICANO


Difficile resistere ad un tocco di retorica nel raccontare la storia degli italiani d’America, ma nell’apprendere che il nuovo Italian American Museum of Los Angeles (IAMLA), si trova nell’area di Olvera Street, la tentazione è inevitabile. Si tratta infatti di un’arteria significativa per la storia dell’immigrazione che immediatamente evoca l’atmosfera di una Little Italy, laboriosa e vivace, andata perduta per sempre. La tentazione nostalgica però deve lasciare il posto ad una ricerca storiografica seria che non può ignorare, come ha ricordato la direttrice del museo Marianna Gatto ai media americani, come gli italoamericani siano tuttora, in parte, un target per gli stereotipi e i pregiudizi. La storia annovera episodi crudeli e discriminatori nei loro confronti, come il linciaggio di 11 italiani a New Orleans nel 1891, dopo l’omicidio del capo della polizia della città, e in scala minore, tanti e piccoli malintesi e commenti nei quali inciam- pano con frequenza gli italiani che vivono negli Stati Uniti. Questa storia include anche inimitabili successi e perfette integrazioni che spazzano il campo da qualsiasi voglia di autocommiserazione L’intento del museo, secondo gli orga- nizzatori, è proprio quello di offrire una narrativa “alta e bassa” che corrisponda alla realtà complessa degli italoamericani. I bianchi e neri, ma anche le tante “sfumature di grigio” della loro affascinante storia. La sede scelta per il museo parla da sé. E’ una palazzina vecchio stile datata 1908, simbolo della presenza italoamericana a Los Angeles, dove spicca sulla facciata la scritta “Italian Hall” in lettere d’oro. Costi- tuiva un punto d’incontro per la comunità, vi si celebravano matrimoni, concerti, incontri politici, banchetti, come spesso accade nei paesi d’Italia, organizzati so- cialmente intorno ad un edificio centrale. Dagli anni Cinquanti la zona vide una grossa trasformazione. Nel 1953 lo Stato della California acquistò lo stabile, risparmiandone la demolizione, per inglobarlo nel El Pueblo State Historic Park. La palazzina quindi riuscì a rimanere in piedi, ma abbandonata dalla comunità a cui apparteneva, scivolò in un lento degrado. Bisognerà aspettare gli anni Novanta, quando la comunità italoamericana lanciò una campagna per il recupero di quel pezzo di storia, per assistere alla rinascita progressiva dell’Italian Hall. La raccolta iniziale di un milione di dollari servì per gli interventi più urgenti, il resto dei fondi pubblici e privati raccolti dalla IAMLA Foundation rese possibile il restauro completo e la creazione dello spazio museale. Il ritrovato splendore dell’Italian Hall è un’aperta dichiarazione di appartenenza al territorio. “L’apertura del museo è la realizzazione di un sogno per la comunità italoamericana di Los Angeles e del sud della California”, ha spiegato Paul Pagnone, board president dell’IAMLA, “e offre una nuova via d’interpretazione e comprensione della nostra città e della diversità unica che segna la sua nascita”. Per ricordare i primi insediamenti degli italiani a Los Angeles, risalenti al 1827, prima dell’indipendenza della California dal Messico, il museo ha aperto le sue porte proprio con una esposizione, divisa in 7 parti, dedicata alla storia e al contributodegli italoamericani nella multietnica California del sud. Un tassello importante che va a “pareggiare il conto” con la East Coast, dove la storia dell’immigrazione è stata messa in rilievo con maggiore forza, con la Little Italy di New York in prima linea. Il percorso si snoda attraverso seimila oggetti, siano documenti preziosi, fotografie, immagini inedite, filmati. Per un assaggio prima della visita, è possibile accedere ai contenuti dell’esibizione permanente via online tramite il Google Cultural Institute, un’iniziativa che il museo ha voluto promuovere per una fruizione globale che oltrepassi i limiti dei muri veri e propri. Se la storia della comunità di Los Angeles è il punto focale, va precisato che il museo allarga lo sguardo per concentrarsi anche su episodi più lontani geograficamente, come appunto il “lynching” degli italoamericani a cavallo del secolo, e le discriminazioni e il clima di sospetto in- tervenuti durante il periodo delle Seconda guerra mondiale. Accanto alla Storia con la “s” maiuscola però, compare appunto quella microstoria della “gente comune”, meno nota ed eroica, che va a comporre le infinite sfumature di un’esperienza da custodire. Le foto di famiglia, le tavole imbandite, le liste della spesa, i libri di cucina, gli oggetti quotidiani, gli abiti, le copie dei giornali, i manifesti, le petizioni, e tante altre “cose” che parlano a viva voce. “Le persone ci portano oggetti di casa, appertenuti alla famiglia da generazioni”, racconta Francesca Guerrini, manager della programmazione del museo, “perchè vogliono contribuire alla collezione del museo. Sono gesti che, a due mesi dall’inaugurazione, ci fanno capire come il museo abbia già avuto un impatto sulla comunità, diventanto un punto di riferimento”. Secondo un detto dell’Italia del su