La prima messa nella tendopoli


SISMA/CELEBRATA DA MONSIGNOR D’ERCOLE COME IN UNA “DOMENICA NORMALE”


ARQUATA DEL TRONTO (Ascoli Piceno). Ad Arquata del Tronto da mercoledì nulla è più come prima: la gente ha dovuto lasciare le case ferite dal terremoto e la vita, o quello che ne resta, si è spostata nelle tende. Quasi tutte le chiese sono danneggiate ma il vescovo, monsignor Giovanni D’Ercole, ha voluto che almeno il rito della messa della domenica rimanesse il più possibile simile a prima. Così ieri è stato lui stesso a celebrare nelle tendopoli, anche per ringraziare i soccorritori che ha definito “le braccia di Dio”, persone che accompagnano e non fanno sentire sola la gente del terremoto. Un momento di unione reso ancora più evidente da una grande croce improvvisata dai vigili del fuoco di Cuneo alle spalle dell’altare, un tavolo coperto da una tovaglia nel tendone utilizzato come mensa a Borgo di Arquata. La croce l’hanno realizzata con due scale incrociate tra loro, “legate” da una manichetta che sembra quasi delineare il contorno del corpo di Cristo crocifisso; ai vertici del simbolo religioso spiccano i caschi dei vigili del fuoco e della Protezione civile. La prima tappa del vescovo è stata al campo ai piedi di Pescara del Tronto. Anche qui nel tendone si sono ritrovati tanti di coloro che hanno perso la casa, insieme ai soccorritori. “Veniamo da esperienze diverse ma dobbiamo trasformarci in un’unica famiglia” ha esortato il vescovo. Accanto a lui altri sacerdoti e i frati che, subito dopo il terremoto, D’Ercole ha inviato sul territorio per ascoltare e confortare la popolazione. “Dedichiamo questa celebrazione - ha annunciato il vescovo - ai volontari, abbracciando tutti, Protezione civile, forze dell’ordine, Croce Rossa, tutti quanti. I nostri angeli custodi. Lo facciamo per dire grazie a loro e soprattutto alle loro famiglie, che gli hanno permesso di essere qui”.Monsignor D’Ercole,dopo aver definito i volontari “le braccia di Dio”, ha sottolineato che “il problema maggiore è continuare dopo”. “Ora - ha aggiunto - c’è l’abbraccio di tanti, ma quando tra un po’ torneremo ad essere pochi il problema sarà quello espresso dalle parole che mi ripetono già adesso: ‘Non ci abbandonate’”. Il vescovo ha anche parlato del dolore che “va metabolizzato e trasformato”. “E’ come una ferita che si rimargina - ha concluso - e rimane la cicatrice. Ogni volta che la tocchi è un ricordo ma è anche il segno che sei guarito”.


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