La Scozia nel mirino di Boris

BREXIT/IL PRIMO MINISTRO SFIDA L’OPPOSIZIONE DI EDINBURGO E RILANCIA L’ULTIMATUM A BRUXELLES

LONDRA. Polemiche e contestazioni in Scozia, allarmi e moniti dal mondo del business, sterlina ai minimi da 28 mesi. Un altro leader avrebbe da tremare: non Boris Johnson, che non solo fa spallucce, ma rilancia il suo ultimatum a Bruxelles sulla Brexit (nuovo accordo o divorzio no deal il 31 ottobre), insiste a spargere ottimismo a pioggia sul fronte interno britannico e vola nei sondaggi. Almeno per ora.

Incoraggiato dall'effetto rimbalzo della sua ascesa su quelle rilevazioni che tornano a indicare i Tories come primo partito dell'isola al 30%, davanti al Labour di Jeremy Corbyn in vista d'ipotetiche elezioni anticipate ravvicinate, Johnson ufficializza l'arrivo nell'alloggio di Downing Street anche della giovane fidanzata Carrie Symonds.


E intanto compie la prima missione da premier fuori dal fortino dell'Inghilterra, andando a sfidare l'opposizione degli scozzesi all'uscita dall'Ue in casa loro. "Sono pronto a tendere la mano" all'Ue, a "far migliaia di miglia di sforzi supplementari" per raggiungere un nuovo accordo, premette visitando la base della Royal Navy di Falsane.


Ma, incalza, l'intesa raggiunta con Theresa May "è morta" e il vincolo del backstop sul confine irlandese "non è buono", deve "sparire". Solo a queste condizioni - lascia capire precisando di non voler neppure sedersi al tavolo con i leader europei fino a quando il back- stop resterà per loro non negoziabile - "ci sono tutte le chance di poter avere un deal".


A rafforzare il concetto, trapela poi l'email inviata dal suo nuovo sherpa David Frost alle controparti europee, per avvertire che sarebbe "un errore mettere in dubbio" le intenzioni del nuovo premier o pensare a un bluff.

Tanto più a dare ascolto al ministro degli Esteri entrante, il super falco Dominic Raab, che alla Bbc attribuisce fin d'ora all'atteggia- mento "cocciuto" dell'Ue l'eventuale sbocco del no deal. Non senza aggiungere di essere del resto convinto che un accordo potrà materializzarsi anche dopo: anzi, sarà persino "più facile" da "Paese terzo".

Non tutti sono però pronti a correre il rischio. La Cbi, la Confindustria britannica, torna a evocare la paura concreta di contraccolpi pesantissimi per l'economia con una hard Brexit, sostenendo che, a dispetto delle rassicurazioni, né Londra né i governi dei 27 sono davvero prepa- rati per gli effetti immediati. Mentre Carlos Tavares, ceo del colosso Peugeot-Citroen (Psa), proprietario fra gli altri dei marchi Vauxhall e Opel, non esclude di po- ter liquidare lo stabili- mento di Ellesmere Port (1000 addetti) e trasferire la produzione dei modelli Astra laddove un no deal la dovesse rendere "non più redditizia".


Sulla trincea politica, a contrattaccare sono in- vece soprattutto gli indipendentisti scozzesi dell'Snp di Nicola Sturgeon: la numero uno del governo locale di Edimburgo riceve Johnson accusandolo a muso duro di rappresentare "l'estrema destra" e d'essere disposto a portare il Paese al "disastro" pur di tenere il punto con l'Ue; mentre coglie la palla al balzo per riproporre l'obiettivo di un secondo referendum sulla secessione dal Regno, prima e più che d'una rivincita sulla Brexit. L'interessato risponde promettendo di voler "rinnovare i legami fra le 4 nazioni" dell'Union Jack a partire dallo stanziamento di 300 milioni di fondi extra per la Scozia, come per l'altrettanto inquieta Irlanda del Nord e per il Galles. Boris Johnson "suo- na la cetra mentre Roma brucia", controreplica sarcastico un portavoce dell'esecutivo scozzese: paragonando a Nerone il premier che ama la classicità.

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