“La sfida è ricostruire i borghi”


SISMA/IL MINISTRO DELLA CULTURA FRANCESCHINI FA IL PUNTO SUGLI INTERVENTI



ROMA. Solo ad Amatrice le facciate spezzate delle Chiese di Sant’Agostino e di San Francesco, il collasso di Sant’Emidio che alloggiava il Museo Civico con i suoi tanti tesori, il crollo della Porta Carbonara. E poi ci sono la chiesa di Santa Croce distrutta ad Arquata del Tronto, i palazzi e le chiese crollate ad Accumoli, torri, rocche, abbazie. Il terremoto dell’altra notte, tira le fila il ministro della Cultura Franceschini, ha devastato il patrimonio culturale dell’Italia centrale, ferita nelle sue chiese, nei suoi monumenti. Ma la situazione è se possibile ancora più grave. Perché qui, nei paesi martoriati di Lazio, Umbria, Marche, Abruzzo, non è solo questione di singole opere d’arte da piangere e da restaurare. La sfida è ricostruire i borghi. “Le comunità ce lo chiedono e credo che l’Italia glielo debba”, si accalora il ministro. L’occasione è una conferenza stampa convocata nel tardo pomeriggio al Collegio Romano per fare il punto sugli interventi per la tutela. “Sappiamo bene che in queste ore di emergenza la tutela del patrimonio non è la priorità - premette - ma noi comunque dovevamo muoverci e l’abbiamo fatto subito”. Perché anche l’arte ferita, si sa, non può aspettare, i primi momenti sono fondamentali. Sul posto della tragedia però, con le scosse che ancora si susseguono violente, i tecnici del ministero non possono ancora andare. Lo hanno fatto per loro i carabinieri dei beni culturali, 50 uomini che da ieri mattina girano per i territori facendo la conta dei disastri. I loro primi report sono stati drammatici. Il ministro conta 293 beni culturali danneggiati nell’epicentro. E viene subito chiarito che quei 293 sono “tutti i beni culturali esistenti nel raggio di 20 chilometri dall’epicentro”. In pratica almeno nel centro, le scosse non hanno risparmiato niente. Con 50 edifici, soprattutto chiese, che sono addirittura crollati o hanno avuto danni gravissimi.Troppo presto per elenchi dettagliati, ma vengono confermati i crolli parziali delle due chiese simbolo di Amatrice, e quello della Porta Carbonara, la porta d’accesso al Corso del paese, preziosissima come documento storico. La torre campanaria della Chiesa di Sant’Agostino, altra preziosa testimonianza che era attigua alla porta crollata, è invece ancora in piedi, ma “andrebbe messa in sicurezza subito, con cerchiaggi e puntellamenti”. Ora però non si può. E non solo perché c’è da occuparsi della popolazione. “Bisogna aspettare che la terra smetta di tremare così tanto, in questo momento è troppo pericoloso, non possiamo permettere a nessuna delle nostre squadre di entrare in azione”, spiega gentile Antonia Pasqua Recchia, il segretario generale del ministero, che da subito coordina gli interventi. Troppo presto anche per parlare di bilanci definitivi, chiarisce. “E’ chiaro che 293 è un numero destinato a salire di molto, perché la zona in cui ha colpito il terremoto è molto più vasta, si scopriranno danni lungo le linee di faglia verso Toscana, Marche, Abruzzo. Dovremo presto aggiornare i numeri”. Intanto si pensa ai teloni per mettere al riparo chiese ed edifici sventrati dalla pioggia che potrebbe arrivare, le protezioni per le macerie, dalle quali bisognerà recuperare in fretta anche i frammenti più piccoli necessari per la ricostruzione. Come atto simbolico arriva la solidarietà dei musei d’Italia. Come ha fatto anche a Torino il sindaco Appendino, Franceschini ha annunciato che l’incasso dei musei di domenica 28 agosto, verrà tutto devoluto alla ricostruzione del patrimonio culturale ferito. E naturalmente si aspettano fondi dal governo. Perché le risorse che serviranno non sono certo poche. Ma la sfida è più ampia, rilancia il ministro, “la sfida è ricostruire i borghi, quello come Amatrice, che era già nella lista di quelli più belli d’Italia”. Si può fare, dice, anche assicurando la sicurezza antisismica. E’ un lavoro “difficile e lungo, ci sarà da mettere insieme le necessità di beni pubblici, beni ecclesiastici, beni privati”. Ma è una sfida che bisogna raccogliere. L’Aquila, con le sue macerie rimaste in strada per anni, sembra proprio un passato da non ripetere.


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