LA SQUADRA IN CRISI/PUBBLICO CALDO, MA OSTILE A DONNARUMMA E BONUCCI



MILANO. 23 dicembre 2016: il Milan batte ai rigori la Juventus a Doha aggiudicandosi la Super- coppa Italiana e riportando al con- tempo un trofeo in bacheca dopo 5 anni di vacche magre; quel Mi- lan targato Montella in campio- nato veleggia a quota 36 punti, terzo alle spalle delle corazzate Juventus e Roma. Flashforward: un anno dopo il Milan è undice- simo in classifica con soli nove punti di margine sulla zona ros- sa, conta dodici punti in meno ri- spetto alla stagione precedente e soprattutto ha già collezionato la bellezza di otto sconfitte. Dalla stagione 1981/1982 non perdeva così tanto nelle prime 18 giorna- te: allora fu retrocessione.

Rino Gattuso sabato scorso in conferenza stampa si è aggrap- pato agli episodi sfortunati chia- mando in causa ancora una volta il refrain del “ciò che riesce loro in allenamento i ragazzi non rie- scono a replicarlo in partita”. La sensazione dalla tribuna tutt’al- tra: i problemi del Milan paiono cronici, la crisi irreversibile. Sì perché questo Milan pare pro- grammato scientificamente per non sviluppare fase offensiva, né tantomeno segnare. I 23 tiri totali (di cui solo 5 nello specchio) sca- turiscono più che altro da con- clusioni sparacchiate e azioni cau- sali, non ragionate o diretta con- seguenza di una manovra codifi- cata. Come riconosciuto dallo stesso Gattuso, questo Milan non ha assolutamente i crismi di una squadra – “siamo una banda musicale, ci mancano solo gli stru- menti” – e fa della sterilità la sua poco edificante caratteristica prin- cipale.

La sensazione è che contro l’Atalanta Montolivo e compa- gni avrebbero potuto giocare fino alle due di notte senza creare grat- tacapi sostanziali alla difesa av- versaria. E qui torniamo al falli- mento dell’area tecnica, perché i problemi nascono da una squa- dra costruita male – ma soprat- tutto senza logica – a monte, senza la necessaria sinergia tra tecni- co e dirigenza.

Eppure almeno una caratteri- stica che non fa difetto a questo Milan c’è: il popolo del Meazza e la sua liturgia del vecchio cuore rossonero.

Dalla lettura delle formazioni al secondo gol dell’Atalanta - ne siamo testimoni - il sostegno dei 45.746 spettatori di San Siro è sta-

to a tratti commovente, prima di cedere il passo all’inevitabile con- testazione. L’appello di Gattuso prima della sfida con l’Atalanta è stato senza dubbio recepito, in questo senso: la cartina di torna- sole è il coro “Che confusione, sarà perché ti amo...” che si leva impetuoso prima dell’annuncio dell’undici rossonero. Da pelle d’oca e il gelo meneghino c’entra solo in parte.

Il tifo nel corso della partita è incessante, il pubblico le prova davvero tutte per incitare i gioca- tori e scuoterli dal torpore centran- do l’obiettivo solo per un brevis- simo segmento di match (grosso- modo dal gol annullato ai rosso- neri dalla Var fino al vantaggio ata- lantino griffato Cristante). Persi- no dopo lo 0-2 ai feroci appelli a tirare fuori gli attributi si unisco- no cori pregni di amore per i colori rossoneri.

Secondo Gattuso i giocatori avrebbero dovuto trascinare il pubblico dalla loro parte, in realtà è avvenuto l’esatto contrario per- ché i suoi uomini sono stati tra-