La trattativa Stato-mafia ci fu



PER IL PM DI MATTEO LE PROVE CI SONO. I ROS TENTARONO IL DIALOGO CON RIINA

PALERMO. Le prove ci sono, sono nei fatti. La trattativa tra lo Stato e la mafia ci fu. Lo dicono sentenze definitive dei giudici fiorentini, lo ammisero gli stessi imputati. Nino Di Matteo, pm del pool che ha istruito il processo sugli anni bui delle stragi mafiose, ne è certo e tuona contro la stampa. Una stampa che, dice, negli anni ha parlato solo di bufale, di ricostruzioni prive di senso, negando la verità dei fatti. Nel secondo giorno della requisitoria del processo che tenta di far luce sul dialogo che pezzi delle istituzioni avrebbero avviato con Cosa nostra nei primi anni '90 il magistrato cita le stesse testimonianze dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno, sentiti davanti alla corte d'assise di Firenze nel '98. Allora erano solo testi, ora sono imputati, e raccontarono ai giu- dici dei loro incontri con l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. "Andammo da Ciancimino e dicemmo 'ormai c'è un muro contro muro, ma non si può parlare con questa gente'?". Di Matteo non ha dubbi: la trattativa è questa, il tentativo di dialogare con Totò Riina e i suoi. "Questo - spiega - fecero i carabinieri del Ros, tacendo tutto ai magistrati e cercando una sponda politica". Ma la ricostruzione dei pm è molto più articolata e tenta di aggiustare il tiro rispetto alla narrazione originaria della storia che vedeva i militari dell'Arma protagonisti di un tentativo di dialogo con la mafia finalizzato a far cessare la guerra che Riina aveva dichiarato allo Stato. I vertici del Ros dell'epoca, infatti, sarebbero molto più che investigatori senza scrupoli intenti a muoversi ai limiti della legge diventando ispiratori della strategia terroristica di Riina. Sarebbero stati loro, infatti, a condizionare la linea d'azione del padrino corleonese che, da una iniziale decisione di eliminare i politici che non avevano mantenuto i patti con la mafia, passa alle minacce alle istituzioni e agli attentati non più a nemici storici ma a cittadini innocenti. Come nelle stragi nel '93. Le prove? Il pm Roberto Tartaglia, tra i quattro magistrati del pool dell'accusa, ha citato le dichiarazioni dei pentiti, la rivendicazione unitaria di attentati e intimidazioni sotto la sigla della Falange Armata. Escamotage ispirato a Riina per creare allarme sociale e rivelatore di un disegno unitario. A Cosa nostra, storicamente interessata a fare la guerra per fare la pace, questa sorta di piano di destabilizzazione ispirato dai carabinieri di Mori, da sempre vicino ad aree deviate dei Servizi, sarebbe piaciuto. E sarebbe piaciuto anche ad altri soggetti come personaggi dell'eversione nera del calibro di Stefano delle Chiaie e uomini di Licio Gelli che, già nei primi anni '90, cercarono di dar vita a movimenti separatisti con obiettivi spesso auspicati anche da Cosa nostra: uno per tutti l'eliminazione del reato di associazione mafiosa. Nella lunga ricostruzione del pm ha un ruolo anche Marcello Dell'Utri, tra gli imputati del processo. "Dopo l'omicidio Lima e prima della strage di Capaci - ha detto Tartaglia - Dell'Utri dà un primo incarico occulto a Ezio Cartotto, dipendente di Publitalia, di creare comitati che raggruppassero persone provenienti da più partiti, per sostituire la Dc come referente di Cosa nostra, per creare un partito alternativo".


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