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La tregua è già finita



L' incontro era stato preparato tra mille cautele: metteva l’una davanti all’altra due personalità le cui posizioni su molti temi erano tra le più distanti, ma entrambe intenzionate a mostrare una possibilità di incontro, se non un inizio di dialogo. Ma quella che alcuni osservatori hanno definito la “distensione” tra il Papa e il presidente Usa Donald Trump, sancita con l’udienza del 24 maggio scorso in Vaticano, ha resistito non più dello spazio di una settimana. E se nei mesi precedenti, anzi fin dalla campagna elettorale dello scorso anno, a mettere in contrapposizione il Pontefice argentino con il tycoon a stelle e strisce, era soprattutto il tema dei migranti e della possibile costruzione del “muro” al confine col Messico, a far saltare il banco dopo la fragile tregua inaugurata col colloquio al Palazzo Apostolico, è stato quello del clima: una questione cui il Papa ha dedicato nientemeno che un’enciclica, alla quale però l’attuale inquilino della Casa Bianca si è mostrato a dir poco insensibile. Dopo solo una settimana da quell’incontro, appunto, l’annuncio-shock di “The Donald” di sfilare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, al cui raggiungimento e attuazione papa Francesco aveva dedicato proprio la sua Laudato Si’ e numerosi appelli successivi, ha provocato la nuova, drastica rottura degli argini della polemica, che mettono nuova- mente la Santa Sede in aperto contrasto con l’attuale amministrazione Usa. “Un disastro per l’umanità e per il pianeta”, l’ha definita uno stretto collaboratore di Bergoglio come il vescovo argentino Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali, cui il Papa ha affidato diverse sessioni di studi proprio sul mutamento climatico, con scienziati di tutto il mondo e ospiti come Ban Ki-moon e il consulente Onu Jeffrey Sachs. Una “decisione terribile”, “non razionale e “non scientifica”, ha rincarato, dettata a Trump dai “gruppi petrolieri che lo hanno appoggiato nella campagna elettorale e che hanno influenza su di lui”. Parole che più chiare non potrebbero essere. E anche i vescovi Usa - nonostante l’appoggio dato dai cattolici americani all’elezione di Trump - non hanno esitato a esprimere la loro “profonda preoccupazione” e a denunciare comela scelta presidenziale, diametralmente contraria a quella del predecessore Obama, “danneggerà la gente degli Stati Uniti e del mondo, in particolare le comunità più povere e vulnerabili”. Il Vaticano tra l’altro, non casualmente, proprio venerdì ha pubblicato il Messaggio ai musulmani per il Ramadan, in cui si sottolinea con chiarezza che “il mondo è una ‘casa comune’, una dimora per tutti i membri della famiglia umana. Pertanto, nessuna persona, nazione o popolo può imporre in modo esclusivo la propria comprensione del pianeta”. E ieri un altro stretto collaboratore del Papa, il cardinale di Monaco Reinhard Marx, membro del ‘C9’ e presidente della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea, ha accusato Trump di aver “inflitto un duro colpo al clima di fiducia globale che aveva generato l’accordo alla Conferenza sul clima a Parigi”. Sempre ieri, infine, un altro ‘C9’ come il cardinale di Boston Sean O’Malley dice apertamente basta al “terrore delle deportazioni” imposto ai migranti negli Stati Uniti. Le mezze misure, insomma, non si usano più. E risuona molto strano e poco credibile quel “non dimenticherò mai quello che mi ha detto”, pronunciato da Trump congedandosi dal Papa, così come quel “la leggerò sicuramente” quando Francesco gli ha donato la Laudato Si’. Le scelte del presidente Usa - cui evidentemente in Vaticano interessava più la semplice “photo opportunity” col Pontefice, in compagnia della moglie Melania e della figlia Ivanka - vanno in tutt’altra direzione. E a questo punto, ricomporre un rapporto reale appare quanto meno arduo.


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