• Redazione

La Turchia bombarda i curdi

SIRIA/ONDATA DI RAID AEREI, PRIME VITTIME CIVILI. IL MONDO CONDANNA ERDOGAN



di Cristoforo Spinella

STANBUL. La Turchia attacca i curdi nel nord-est della Siria. Nelle prime ore del pomeriggio, i jet F-16 di Ankara hanno dato ufficialmente il via all’operazione ribattezzata ‘Fonte di pace’ bombardando obiettivi delle milizie Ypg a Ras al- Ayn, seguiti poco dopo dai colpi d’arti- glieria su Tal Abyad, i due punti da cui le forze di terra attraverseranno il confine nelle prossime ore dopo aver “eliminato i rischi”. Raid che secondo i curdi hanno già provocato la morte di diversi “civili” nei villaggi frontalieri, dove si è scatenato “il panico”. La loro risposta, per ora, è in alcuni colpi di mortaio sparati verso la frontiera turca. Immediata è giunta la condanna internazionale, dall’Ue all’Onu fino a Russia e Iran, i partner turchi nei negoziati di Astana sulla Siria. E anche Donald Trump, pur ribadendo il disimpegno Usa da queste “stupide guerre”, ha definito l’offensiva “una cattiva idea” e chiesto che la Turchia rispetti “tutti i suoi impegni”, tra cui “proteggere i civili, le minoranze religiose, inclusi i cristiani, e assicurare che non ci sarà alcuna crisi umanitaria”, oltre che “garantire che tutti i com- battenti dell’Isis catturati restino in prigione e che l’Isis non rinasca in nessun modo o forma”. Ma Recep Tayyip Erdogan brinda all’intervento contro il Rojava, da anni un suo chiodo fisso. “La nostra missione è evitare la creazione di un corridoio del terrore ai nostri confini meridionali e di portare pace nell’area” e condurrà “alla creazione di una zona di sicurezza, facilitando il ritorno a casa dei rifugiati siriani”, ha scritto su Twitter il presidente turco annunciando l’offensiva. Le condanne dell’azione si susseguono di ora in ora. A fermare Erdogan ci aveva provato l’amico Vladimir Putin, ultimo leader straniero a parlargli prima dell’attacco. Il suo invito a “non compromettere gli sforzi congiunti per risolvere la crisi siriana” è caduto nel visto, come l’appello poco prima del presidente iraniano Hassan Rohani a risolvere le “legittime preoccupazioni” sui curdi affidandosi a Bashar al Assad. Ankara ha informato sui primi sviluppi dell’operazione gli ambasciatori dei Paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che domani dovrebbe avere una riunione d’emergenza. Rassicurazioni che però non sono bastate. “Molto preoccupato” si è detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, secondo cui non può esserci “alcuna soluzione militare al conflitto in Siria”. Dura la condanna dell’Ue, con il presidente uscente della Commissione Jean- Claude Juncker che ha lanciato un “appello alla Turchia affinché blocchi l’operazione militare” e ha avvertito: “Non aspettatevi che l’Ue finanzi una cosiddetta zona di sicurezza”.

Per il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, Ankara rischia di “causare un’ulteriore catastrofe umanitaria e un nuovo movimento di profughi”. Anche l’Italia condanna l’intervento militare. “Preoccupazione” per “iniziative che possono portare ad un’ulteriore destabilizzazione della regione” è stata espressa dal premier Giuseppe Conte, mentre per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio “nessuna risposta militare può rappresentare una so- luzione alla crisi in corso” e “azioni unilaterali rischiano solo di pregiudicare i risultati raggiunti nella lotta contro la minaccia terroristica, a cui l’Italia ha dato un significativo contributo nell’ambito della Coalizione anti-Daesh”. Allarmato anche l’Egitto, che chiede una riunione urgente della Lega Araba. Ankara però tira dritto e si prepara all’ingresso delle forze di terra. Al confine sono ammassati con decine di blindati almeno 5 mila soldati delle forze speciali d’assalto, cui si affiancheranno 18 mila combattenti arabi e turcomanni dell’Esercito siriano libero cooptati da Ankara. Il loro intervento, spiegano fonti militari, avverrà appena saranno eliminati i “rischi” tuttora presenti, come dimostrato dai colpi di mortaio sparati ieri sera verso le località frontaliere turche di Ceylanpinar e Nusaybin.

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