Le donne e Donald


CASA BIANCA 2016/NON HANNO MAI VOLUTO BENE A TRUMP


Le donne non gli vogliono più bene. L’assonanza viene spontanea a un ita- liano con un po’ di memoria per l’ul- timo, malinconico canto dei fedelissimi di Salò; ma è dubbio che sia appropriata. Per cominciare a Donald Trump le donne ame- ricane non hanno mai voluto molto bene. Per un complesso di motivi. A cominciare dal fat- tore “sorellanza” con la sua avversaria nella corsa per la Casa Bianca. Hillary Clinton non ha mai fatto finta di dimenticare l’appello alla solidarietà di quelloche una volta si chiamava gentilsesso. Lei conta su una somma vincente di tre “blocchi”: i neri, i latini, le donne. Sommati essi dovrebbero fare una maggioranza, soprat- tutto contro Trump la cui forza elettorale è concentrata sugli uo- mini bianchi giovani, del ceto medio e dei salariati. Per le sue “sorelle”, Hillary ha poi trovato una formula di intimità suggestiva: “Io sono figlia di una madre e madre di una figlia”. Una con- statazione ovvia ma incontestabile e di fe- lice risonanza. Neanche quella però basterebbe ad as- sicurarne l’ascesa alla presidenza se l’avver- sario non avesse accu- mulato in questi mesi di campagna elettora- le le gaffe destinate a respingere l’elettora- to femminile, proprio perché basato ed espresso in un gergo molto simile a quello dei maschi non molto educati e che include pesanti accenni sessuali. Uniti a un vocabolario in altri modi giudicato di una “mascolinità” aggressiva, l’ultimo esempio del quale è l’invi- to ai proprietari di armi da fuoco a difendersi dal “pericolo Hillary” che potrebbe proporre al Congresso una limitazione del diritto ad an- dare a spasso con la pistola in tasca. “Difende- te le vostre armi, adoperandole: servitevene, intanto, per votare”. Non voleva dire, naturalmente, di sparare alla signora. Era solo uno scherzo ma suona male, si presta ad essere sfruttato dalla campagna mocratica come un “incoraggiamento ad ucci- dere coloro con cui non si va d’accordo”. Qual- cuno addirittura azzarda un paragone con la sorte di un leader israeliano, Rabin, che fu assassina- to da un fanatico dopo che era stato oggetto di pesanti accuse da oratori di estrema destra. Naturalmente quello di Trump era uno scherzo; ma in uno stile che lo definisce e che tanti americani non gradiscono. Soprattutto le donne. Anche quelle repubblicane. Sono loro che, a quanto pare, “non gli vogliono più bene”. Lo indicano sondaggi recenti. Disposte a votare per lui sarebbero ora solo 72 su centoSembra molto, ma va paragonato con i prece- denti candidati. John Mccain otto anni fa fu votato dall’89 per cento, Mitt Romney ebbe quattro anni fa il 43 per cento delle donne re- pubblicane, come perfino George W. Bush. Dal giorno della Convention repubblicana il mar- gine di Trump sulla Clinton è calato del 13 per cento. Fra le donne nel loro complesso, poi, Trump sembra attrarne solo il 26 per contro il 58 per Hillary. Ciò che però, almeno per ora, non basta a dare per scontata la sua vittoria. Perché anche la candidata democratica ha i suoi problemi. È la meno popolare fra gli esponenti del suo par- tito che in altre occasioni hanno gareggiato per la Casa Bianca, così come Trump è il meno popolare fra i suoi predecessori repubblicani. I suoi problemi sono differenti. Nessuno l’ac- cusa di istinti violenti o di volgarità nel linguag- gio. Il suo tallone d’Achille è l’onestà in parti- colare la fame di denaro. Hillary ha incassato finora più di 21 milioni di dollari come com- penso per una serie di discorsi a vantaggio di gruppi finanziari, particolarmente delle grandi banche, secondo analisi e somme condotte da un istituto rispettato come quello di BllombergAccentuano il linguaggio e sosten- gono che queste cifre tolgono credibilità alle sue promesse in stile populista di Wall Street da presidente. Il duello per la Casa Bianca, insom- ma, si svolge quest’an- no fa due “disamati”. Come conseguenza emerge la richiesta per candidati alterna- tivi. Ce ne sono già pronti due. Una ten- dente a sinistra, la ecologista Jil Stein e uno ancorato a destra, Gary Johnson, che ri- solleva la bandiera del movimento libertario, il cui leader tradizio- nale Rand Paul si è ri- tirato da tempo dalla gara di quest’anno. Johnson, ex governa- tore del New Mexico, è già salito al di sopra del 7 per cento, più che abbastanza per “dissanguare” Trump in Stati tra- dizionalmente conser- vatori. La Stein è fer- maapocopiùdel3 per cento, ma “rube- rebbe” voti a sinistra, come un suo predeces- sore, Ralph Nader, fece nel 2000 ai danni di Al Gore, consentendo così la vittoria di George W. Bush. Potrebbero rivolgersi a lui parte de- gli entusiasti sostenitori di Bernie Sanders. Quelli che dicono: “Non possiamo votare as- solutamente per la Clinton, perché è disonesta”. I candidati del “terzo partito” (o del quarto) perdono però tradizionalmente terreno quan- do ci si avvicina al giorno delle elezioni. Di qui a novembre hanno tempo per calare per cre- scere. Pasolini.zanelli@gmail.com


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