Le due facce di una realtà

L’UCCISIONE DI MOISE/CONSIDERAZIONI SU HAITI E REPUBBLICA DOMINICANA



di Alberto Pasolini Zanelli

Il più autorevole quotidiano americano ha pubblicato un servizio sugli sviluppi politici di Haiti sotto la firma di cinque giornalisti. Un record facilmente citabile come contrasto alle dimensioni della crisi in corso. Ma evidentemente una tale attenzione deriva da una altrettanto ampia preoccupazione. Il resto del mondo conosce ben poco di Haiti: al massimo che non è un’isola ma ne è la metà. La metà povera e sfortunata: l’altra, che va sotto il nome di Repubblica Domenicana, è una specie di giardino tropicale dove miliardari non soltanto Usa si costruiscono ville per una vecchiaia ricca e tranquilla. Dall’altra parte della frontiera che taglia questa isola in due, ci sono anche due nomi diversi e due diversi Stati. Haiti si chiama la metà povera, estremamente povera e anche contrassegnata e divisa dalla “sorella” Florida dal colore della pelle e dalla lingua. Da una parte ci sono bianchi che parlano spagnolo, dall’altra cittadini neri che avrebbero potuto e “dovuto” parlare francese. Ci fu un momento nella storia in cui tutto era francese ad Haiti. O almeno tre cose: la lingua del potere, la pelle “nera” degli abitanti e uno dei prodotti agricoli oggi più comuni al mondo, ma che al tempo era sconosciuto, tranne che ad Haiti: lo zucchero. Non se n’erano accorti neppure i primi “scopritori” dell’isola i seguaci e imitatori di Cristoforo Colombo, che ci aveva messo piede per primo credendo di essere arrivato in India. Quando lo scoprirono (o “assaggiarono”) lo fecero sapere a tutto il mondo e a tutto il mondo cominciarono ad esportarlo (qualcosa di simile stava capitando al caffè e al tè). La pianta dello zucchero c’era, bisognava coltivarla e raccoglierla e per questo occorreva una manodopera a buon mercato. Vale a dire, a quell’epoca, i negri importati dall’Africa e resi schiavi. Per un certo tempo Haiti divenne l’unico pezzo di colonia francese contrassegnato dalla schiavitù. Così strettamente che una legge prodotta a Parigi prima della Rivoluzione prevedeva che un negro, schiavo ad Haiti appena metteva piede sul territorio metropolitano francese, veniva automaticamente trasformato in uomo libero. Non riusciva a molti, ma a qualcuno riuscì bene: per esempio, a un “raccoglitore” che accompagnò il suo “padrone” in Francia, caddero le catene appena arrivato, diventò un “proletario” francese, fece carriera rapida al punto che dopo non troppi anni fu promosso generale. Si chiamava Dumas, per qualche anno fu “collega” di Napoleone, che non lo amava poi troppo e che lo mise in pensione anticipata. Pressappoco in quegli anni scoppiò un “malinteso” fra gli indigeni e i proprietari dell’isola, che si ribellarono e scatenarono una rivoluzione e dunque una guerra con la Francia che loro vinsero. Non c’era proprio Napoleone a combatterli, ma era il suo turno di potere e quindi si confermò un risultato eccezionale e un record: Schiavi-Napoleone, due a zero. Quel Dumas ebbe un figlio, che diventò uno dei più famosi romanzieri francesi. Poi la storia del mondo continuò e ad Haiti arrivarono anche gli spagnoli e dopo un po’ di rissa, lo zucchero ormai si trovava in tutto il mondo e quindi si arrivò alla spartizione: uno Stato di sapore iberico e con un destino nei pensionati di lusso e un altro di colore nero ed esemplarmente povero. Ma indipendente, in ricordo di avere “sconfitto Napoleone”. Una metà tranquilla e prospera, un’altra misera e sconvolta a tratti da violenze. Quella di questi giorni è l’ultima: un colpo di Stato aperto dall’assassinio del presidente Jovenel Moise, a quanto pare impopolare perché voleva “comandare troppo”. E alla sua morte una ridda (e una rissa) di aspiranti successori uno dei quali, Claude Joseph, ha preso il comando dell’esercito e della polizia e dichiarato uno “stato d’assedio” che ha messo praticamente il Paese sotto la legge marziale. Moise invece, due giorni prima di morire, aveva nominato un successore, Ariel Henry, di professione neurochirurgo. In questo momento il bilancio è così complesso che uno scrittore haitiano lo ha delineato meglio dei cinque corrispondenti degli Stati Uniti: “Nessuno ci capisce niente”.