Le Libie di Tripoli e Tobruk


DALLA BATOSTA ALL’ISIS ALLA SCONFESSIONE DEL GOVERNO SARRAJ


Spesso durano poco le buone notizie che vengono da vicino. E la Libia è vicinissima, dalla Sicilia ci si va in barca, agli aerei militari di base a Sigonella occorrono meno di venti minuti per un viaggio a Sirte e ritorno. L’ultima buona notizia è durata poche ore, anche se era importante, perfino esaltante: la batosta della base Isis a Sirte, la sua semidistruzione; un Bollettino della Vittoria subito seguito a uno scambio di congratulazioni fra il governo di Tripoli e i suoi alleati. Se non che poche ore dopo è arrivata la risposta: la sconfessione di quel governo da parte del Parlamento libico. Chiamiamolo così, anche se opera, e in questo caso ha votato, a una notevole distanza da Tripoli, in quella Tobruk che è molto più vicina al confine con l’Egitto. Il tono è piuttosto corrusco, tanto da indurre il primo ministro Fayez al Serraj a “rifugiarsi” in Tunisia. Una brutta sorpresa. Ma più brutta che sor- presa, perché quel governo gode sì la fiducia o almeno le simpatie dell’Occidente, ma non quelle della maggioranza che sarebbe richiesta, quella dei libici. E infatti sul terreno non è finora cambiato niente. Il Paese continua ad essere in mano alle “milizie” (quell’Isis è solo una delle tante), a Tripoli sta tornando il grande disordine abituale. Se c’è un Uomo Forte che si è irrobustito ulteriormente, è il generale Khalifa Haftar, ministro della Difesa di quell’altro governo, quello di Tobruk e dunque della Cirenaica apertamente e saldamente sostenuto da quello egiziano. La situazione, dunque, riprende a complicarsi, come se avesse mai smesso. Il Paese è spaccato in due da almeno un anno e mezzo. Tripoli e Tobruk continuano nella loro “guerra strisciante” senza segni che uno dei belligeranti si avvicini alla vittoria. Tripoli ha dalla sua il “riconoscimento internazionale”, cioè americano ed europeo anche nella versione militare. Tobruk dispone di quello che appare come il vero uomo forte e dell’appoggio di alcuni governi più o meno islamici. È più probabile, insomma, che Haftar un giorno decida di marciare su Tripoli che non al Serraj di prendere la via di Tobruk. Non dipende soltanto dalle qualità militari e dall’ appoggio politico dell’uno e dell’altro. Semmai dal fatto che quelli di Tripoli aspirano ad assorbire la Libia orientale mentre quelli di Tobruk o di Bengasi si accontentano di tenere quello che hanno. E dalla loro hanno diverse cose, fra cui il petrolio e la Storia. La terra in questione è antica, gloriosa ma quello che le manca è un passato unitario. Non lo è mai stata neanche nel nome. A parlare di Libia sono stati quasi esclusivamente gli italiani,nelle due occasioni in cui l’hanno dominata. Prima c’erano la Cirenaica greca e l’Ovest cartaginese. La frontiera fu stabilita, secondo la leggenda, dall’ incrocio di due maratone: due coppie di atleti partite una da Est, una da Ovest; dove si fossero incontrate lì sarebbe sorto il sacro confine fra due Patrie. Quelli che vinsero erano i fratelli Fileni, che morirono di eroica fatica ma spinsero avanti la frontiera. Poi arrivarono i Romani, che le inglobarono entrambe. Al crollo della loro potenza, una nuova divisione, infine sotto il manto dell’Impero ottomano. Di Libia non si parlava. Resuscitò a seguito di un’operazione di prestigio avviata da Giolitti nel 1911, a nome di un’Italia che aveva da poco ritrovato la sua unità. Si cantava “Tripoli bel suol d’amore”. Ma l’entusiasmo non era proprio unanime. Plaudiva all’ impresa un pacifista come Giovanni Pascoli, inneggiando alla “grande proletaria”, ma si opponeva un socialista già conosciuto come Benito Mussolini, autore di un monito: “Né un soldo né un soldato per la guerra imperialista”. Poi, diventato il Duce, si trovò in mano Tripolitania e Cirenaica e non resisté alla tentazione imperiale e romana di chiamarla Libia. Fece costruire fra l’altro un monumento ai fratelli Fileni e andò a inaugurarlo personalmente. Sconfitta nella Seconda guerra mondiale, l’Italia sparì lasciandosi dietro quel nome, ma i libici continuarono a sentirsi e ad essere divisi, tenuti insieme soltanto dalla dittatura di Gheddafi. Che non lasciò eredi, ma un vuoto che ogni tanto qualcuno cerca di riempire. Adesso tocca forse a Khalifa Haftar. Se ce la facesse diventerebbe un dittatore e “unirebbe” una terra che in realtà non ne sente il bisogno. Forse la soluzione accettabile sarebbe quella di lasciare che di “Libie” tornassero ad essercene due. Ma l’“ortodossia” moderna e democratica finora non lo ha accettato.