Le mani del clan sulle sale da gioco 36 arresti a Bari

MAFIA PUGLIA/Sequestrati beni per 7,5mln

di Isabella Maselli


BARI. Il "gotha" della mafia barese avrebbe assunto per anni il controllo assoluto del più fiorente settore economico della città: quello delle sale giochi. Un giro d'affari, apparentemente legale, di centinaia di milioni. A gestirlo, all'ombra dei vertici dei principali clan di Bari, sarebbe stato l'imprenditore Baldassarre D'Ambrogio, arrestato dalla Guardia di Finanza con altre 35 persone (27 in carcere e 9 ai domiciliari), tra le quali suo zio Nicola detto 'Tro-Tro’, reggente del clan Strisciuglio e ritenuto il braccio armato del boss Antonio Capriati, suo padre Cosimo, mediatore con i clan, e la moglie Antonella Pontrelli. In carcere anche i capi mafia Lorenzo Caldarola, Vincenzo Anemolo, Vito Valentino, oltre a dipendenti delle sale slot e affiliati alle diverse organizzazioni criminali. Questi, di comune accordo, si sarebbero divisi il territorio barese "in zone di influenza, reciprocamente rispettate, - si legge negli atti - per acquisire in modo esclusivo e monopolistico (direttamente o indirettamente tramite imprenditori collusi) la gestione o comunque il controllo della distribuzione delle apparecchiature da gioco (videopoker, slot machine) nei locali pubblici e delle sale gioco autorizzate (gestione dei totem e delle VLT videolottery)", anche attraverso l'estromissione di altri imprenditori concorrenti operanti nello stesso settore. Agli indagati, 49 in totale, sono contestati a vario titolo i reati di illecita concorrenza con violenza e minaccia, con l'aggravante del metodo mafioso, estorsione, riciclaggio, usura con tassi fino al 2.000%, contrabbando di sigarette e detenzione abusiva di armi clandestine, commessi tra il 2012 e il 2019. Per imporre a bar, tabaccherie e sale giochi le macchinette videolottery di D'Ambrogio, i clan avrebbero ottenuto in cambio dai 100 ai 500 euro per ciascun apparecchio installato, oppure un fisso mensile fino a 5mila euro o ancora una percentuale sulle vincite. Le sale gioco, tutte autorizzate, sarebbero state anche lo strumento attraverso il quale la mafia avrebbe riciclato denaro sporco, grazie ai ticket per giocare o incassare le vincite, che diventavano veri e propri titoli al portatore. Agli atti dell'indagine ci sono intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni di dieci collaboratori di giustizia. L'inchiesta è partita nel 2015 dalla "coraggiosa denuncia", dicono gli inquirenti, di un commerciante barese, titolare di una tabaccheria, vittima di usura ed estorsione. "Queste persone si mettono a portare cose e non mi avvisano. Alla fine il bar non è più mio, è vostro, cioè di tutti. - si legge in una intercettazione tra il commerciante vittima e un indagato - Quello impone una cosa, quello ne impone un'altra, tu ne imponi un'altra ancora. E io che ci sto a fare qui? Il pupazzo?". L'inchiesta "Gaming Machine" di Scico e Gico, coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi e dalla pm della Dda di Bari Bruna Manganelli, ha portato anche al sequestro di beni per circa 7,5 milioni di euro tra società, immobili, auto e oltre 200 conti correnti.

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