Leadsom: il tasto Brexit lo spingo io



LONDRA. Eutanasia di un'unione: spingere il tasto della Brexit "al più presto" e fine dell'agonia. Andrea Leadsom non ci gira intorno. E' lei l'unica candidata alla successione di David Cameron alla guida del Partito Conservatore e del governo britannico a dirlo fuori dai denti: l'articolo 50 del Trattato di Lisbona per il divorzio dall'Unione europea, sollecitato del resto anche da Bruxelles dopo l'esito del referendum del 23 giugno, va attivato in tempi brevi. E lo fa senza aggrapparsi a giochetti tattici o alle speranze di ripensamento invocate per ultimo da Tony Blair, ancora ieri in tv a dispetto di chi lo vorrebbe vedere in galera per gli inganni della guerra in Iraq.

Leadsom è il volto nuovo di una corsa in casa Tory povera di carisma ma ricca di cattiveria. Cattiveria politica, almeno. Una corsa a cinque nella quale il testa a testa potrebbe essere alla fine tutto al femminile, fra lei e la super favorita Theresa May: veterana del governo nota più che altro per la feroce linea dura sull'immigrazione predicata da ministro dell'Interno e che però sul dossier europeo manifesta maggiore cautela.

Zarina in questi mesi del fronte Laeve, Andrea Leadsom, 53 anni, è deputata dal 2010 e attualmente sottosegretaria all'Energia dopo esserlo stata al Tesoro. Non una trascinatrice di folle, ma una figura solida per gli standard del suo partito, con alle spalle una carriera di successo nella finanza alla City e il profilo personale da cristiana anglicana praticante (in questo al pari della May). Adifferenza del ministro del- la Giustizia, Michael Gove, euroscettico ideologico da quando aveva più o meno i pantaloni corti, lei è una 'convertita'. Qualche anno fa paventava la Brexit come "una catastrofe", le rinfaccia il Mail on Sunday dandole dell'"ipocrita".

Ma presentare la sua scelta come frutto dell'esperienza e di un ragionamento maturato in veste di tecnico dell'economia può essere un vantaggio. Tanto più che il consenso nei suoi confronti fra i deputati

Tory e nella base sembra crescere, calcola l'Observer, a scapito proprio di Gove, che con la pugnalata all'ex alleato Boris Johnson ("la mia fiducia in lui è evaporata", ha ribadito alla Bbc) si è ritagliato un posto nella competizione al prezzo di mettere in gioco la reputazione: dal- le colonne del Mail - testata in cui lavora la sua ambiziosa moglie Sarah Vine - Rachel Johnson, popolare giornalista di Skynews e sorella di Boris, gli ha dato dello "psicopatico politico", autore del "peggior tradimento" nella storia britannica recente e destinato a far la fine di un "attentatore suicida a Westminster".

L'Observer, domenicale del Guardian, gli ha invece dedicato righe all'arsenico in un commento che non risparmia affatto l'ex sindaco di Londra ("il narcisismo non è una base credibile per far politica"), ma a lui leva letteralmente la pelle di dosso: tratteggiandolo come "la nemesi ghignante di Johnson e Cameron" e come "uno di cui non ci si può fidare". In questo clima spietato - e sullo sfondo degli allarmi per la situazione economica e di un'anarchia politica da cui non si salva certo l'opposizione laburista del contestato Jeremy Corbyn - la voce di Andrea Leadsom come quella della May riecheggiano pacate quanto meno nei toni. Con una differenza: se quest'ultima cerca di apparire unitaria, malgrado la salda collocazione nella destra del partito, sostenendo che il prossimo non sarà "solo il premier della Brexit" e rinviando l'innesco del fatidico articolo 50 a non prima della fine del 2016, la sottosegretaria all'Energia si propone quale esempio di coerenza. Preferita alla titolare dell'Interno da non pochi deputati della corrente 'moderata', ella resta tuttavia ferrea sulla questione cruciale del distacco dall'Ue e non esita a dire di voler imitare niente meno che la fermezza di Margaret Thatcher, invocando l'articolo 50 "al più presto possibile".


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