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“Lobby contro il dl dignità”



GOVERNO/DI MAIO “FURIBONDO” VUOLE FARE PULIZIA ALLA RAGIONERIA DI STATO

ROMA. Quel numero che campeggia sulle prime pagine dei giornali a Luigi Di Maio proprio non è andato giù. L’idea che il suo decreto dignità, sventolato come bandiera per il lavoro, possa cancellare 8mila contratti l’anno, è da respingere a tutti i costi e così il vicepremier ha deciso di fare scudo a se stesso e a tutto il MoVi- mento, di passare al contrattacco e di accusare “lobby” non meglio identificate di aver fatto “apparire” nel provvedimento una relazione tecnica sugli effetti del decreto che né lui né alcun altro ministro hanno inserito.

Dichiarazioni che hanno sollevato qualche dubbio sull’iter e la procedura di scrittura del decreto, considerato che nella normalità ogni provvedimento di legge viene sempre accompagnato da apposite relazioni messe a punto dal ministero proponente, ma che sono state ulteriormente appesantite da quanto fatto trapelare a stretto giro da fonti dei Cinque Stelle. I pentastellati hanno infatti preso di mira direttamente il ministero dell’Economia e la Ragioneria generale dello Stato, dove si anniderebbero “vipere” di padoaniana estrazione, sulle quali bisogna ora “fare pulizia”. E’ stato a questo punto che il ministero dell’Economia è entrato direttamente in campo, nel tentativo di rimettere in ordine le cose. Nella relazione al decreto dignità, ha detto Di Maio in un video postato su Facebook, “c’è scritto che farà perdere 8mila posti di lavoro in un anno”. Si tratta di un numero che, per il ministro, “non ha alcuna validità”, messo per “fare caciara” ed “apparso” la notte prima che il decreto venisse inviato per la firma al Quirinale. “Non è un numero messo dai miei ministeri o da altri ministri della Repubblica”, ha insistito. La verità, ha denunciato, è che “questo decreto ha contro lobby di tutti i tipi”. Difficile capire con chi effettivamente ce l’avesse Di Maio: il decreto è statocriticato da Confindustria, dalle società dei giochi, da Silvio Berlusconi, tornato ancora sul punto. E difficile anche capire come le lobby abbiano potuto mettere mano sul provvedimento proprio durante la notte menzionata dal ministro, quando cioè il decreto è stato ‘bollinato’ dalla Ragioneria generale dello Stato, che - passaggio obbligato nell’ordinamento italiano - ne ha verificato le coperture. Ma quando le fonti dei 5Stelle hanno annunciato senza mezzi termini uno spoil system al Tesoro e alla Ragioneria per “togliere dai posti chiave chi mira a ledere l’operato di governo e M5s”, l’obiettivo politico ha cominciato a prendere forma. Istituzionalmente il Mef è però a quel punto intervenuto per far notare che a scrivere le relazioni ai decreti non sono i funzionari della Ragioneria, ma l’amministrazione di competenza e che il decreto è arrivato a Via XX Settembre già corredato della decina di pagine sugli effetti delle misure. Per di più, guardando il testo della relazione si legge che i calcoli sono stati fatti dall’Istituto di previdenza, l’Inps, sulla base di dati del ministero del Lavoro. Nonostante ciò Di Maio ha tenuto il punto, smorzando i toni e negando tensioni con il Mef, da lui effettivamente non citato, ma insistendo comunque sulla manomissione del provvedimento. “La prossima volta metterò sotto scorta il decreto”. Cercando di non coinvolgere Giovanni Tria, il vicepremier ha quindi sversato la polemica contro il precedente inquilino del ministero, Pier Carlo Padoan. L’ex ministro, oggi deputato del Pd, ha infatti “respinto sdegnosamente” le insinuazioni sulla sua squadra, definendole “accuse di una gravità incredibile”. “Mi sembra che abbia la coda di paglia: non l’ho mai nominato”, ha replicato Di Maio. Con Padoan si schierano i Dem: “Macchè complotto, è il ministro dello Sviluppo contro il ministro del Lavoro. Di Maio contro Di Maio”, attacca il segretario Maurizio Martina.


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