Londra, ora iniziano le sfide

BREXIT/DOPO MEZZO SECOLO DI MATRIMONIO MOLTE COSE SONO DESTINATE A CAMBIARE CON L’EUROPA



LONDRA. L'accordo è fatto, la sfida inizia adesso. Chiusa all'undicesima ora della vigilia di Natale la partita negoziale sulle relazioni post Brexit tra Gran Bretagna e Ue - e in attesa degli scontati processi di ratifica dei Parlamenti, che Westminster avvierà il 30 dicembre - la nuova era s'inaugura per tutti allo scoccare del primo gennaio. Con molte cose destinate a cambiare per entrambe le sponde della Manica dopo mezzo secolo di matrimonio (d'interesse, se non d'amore) fra isola e continente: inclusi migliaia di italiani che guardano o hanno guardato al Regno come meta turistica, lavorativa, di studio e d'avventura. La svolta più immediata e largamente preannunciata riguarderà, in senso più severo e restrittivo, le regole sugli spostamenti: uno dei fattori determinanti che hanno portato alla scelta della Brexit nel referendum del 2016. Quindi, dal nuovo anno, la libertà di movimento come insa sino ad oggi cessa di esistere. Sarà necessario il passaporto (senza visto) per viaggiare nel Regno Unito e restarci fino a tre mesi. Per un periodo più lungo, nel caso in cui si intenda soggiornare per ragioni di lavoro o di studio, occorreranno invece visti analoghi a quelli richiesti attualmente agli stranieri non comunitari. Ma non finisce qui. Per limitare gli ingressi, anche dall'Ue, vengono introdotte liste di priorità legate al possesso di un contratto di lavoro già garantito, con un salario minimo annuo lordo da 25.600 sterline. Il tutto all'interno di un sistema di filtro degli ingressi Oltremanica a punti in cui si valuterà fra l'altro il livello delle proprie specializzazioni e la padronanza della lingua inglese. Quanto a coloro che sono già residenti sull'isola (circa 4 milioni di europei, inclusi oltre 700.000 italiani), il mantenimento dei diritti pre Brexit resta soggetto all'iscrizione, al più tardi entro giugno 2021, nel registro del cosiddetto 'Eu Settlement Scheme’, istituito in forma digitale presso l'Home Office a tutela di un trattamento equiparato a quello dei cittadini britannici. Ma per i nuovi venuti, giovani in primis, la musica avrà un altro spartito. E i cambiamenti sono destinati a coinvolgere chi sogna Oxford e Cambridge o una delle tante altre università britanniche dove le presenze italiane sono una costante consolidata. Chi vi s'iscriverà dal 2021 pagherà una retta piena, al pari degli extracomunitari, che a seconda degli atenei può arrivare fino all'equivalente di oltre 30.000 euro per anno accademico. Inoltre la Gran Bretagna esce dal programma Erasmus di scambi fra studenti europei, considerato troppo oneroso dal governo Tory di Boris Johnson e utilizzato finora più dai ragazzi continentali per periodi di studio sull'isola che non dai giovani britannici attratti dagli atenei dei Paesi Ue. Un programma che Londra ha annunciato di voler sostituire con un nuovo schema di scambi globali, allargato agli atenei americani o asiatici, e intitolato al matematico inglese Alan Turing (colui che svelò i segreti dei cifrari tedeschi di Enigma durante la Seconda Guerra Mondiale): programma per il quale il ministro dell'Istruzione, Gavin Williamson, ha promesso uno stanziamento iniziale da 100 milioni di sterline, in grado di coprire dall'anno prossimo i costi di soggiorni di studio globali a 35.000 studenti isolani, contro i 15.000 circa dell'ultimo Erasmus. Sul fronte commerciale, l'accordo appena firmato fra Londra e Bruxelles appare comunque cruciale per salvaguardare i fiorenti rapporti economici tra Italia e Gran Bretagna. O almeno limitare i danni. La Penisola sarebbe stata meno esposta di altri Paesi europei nel caso di una Brexit 'no deal' sul terreno delle esportazioni (dirette verso il Regno nel 2019 per non più d'un 5%), ma avrebbe avuto pesanti ripercussioni in senso opposto: vantando il terzo maggiore surplus commerciale europeo nei confronti di Londra, grossomodo 12 miliardi annui. Surplus peraltro in aumento, e che oggi rende il Regno Unito il quinto importatore mondiale di beni italiani. Anche se, merci a parte, resta aperta tra Regno e Ue la partita dei servizi finanziari. Londra si mostra sicura di non essere destinata, almeno nel breve-medio termine, a perdere il proprio ruolo centrale di hub europeo della finanza e di poter far leva sul meccanismo unilaterale reciproco delle equivalenze. Il futuro, però, è tutto ancora da scrivere.