Mafalda nel tempio del jazz



MUSICA/GIOVEDÌ SERA AL BIRDLAND DI NEW YORK IL CONCERTO DELLA MINNOZZI

NEW YORK. Nel febbraio del 2015, Mafalda Minnozzi entrò negli uffici della Casa Zerilli Marimò, l’istituto di cultura della New York University, e chiese di incontrare il suo direttore, Stefano Albertini. Non aveva nessun appuntamento, portava semplicemente con sé l’ultimo Dvd e alcuni cd della sua discografia, per consegnarli ad Albertini. Si trattava di un gesto umile per una musicista di fama nazionale in Brasile, dove vanta milioni di dischi venduti e dove ha ricevuto il titolo di “Ambasciatrice della musica italiana” dalla massima rappresentanza consolare di San Paolo e quello di “Personalità Brasiliana dei 500 anni” dal Cicesp (Centro di Integrazione Culturale e Impresariale di San Paolo) per aver contribuito significati- vamente allo sviluppo del Brasile. “Da allora le cose a New York sono decollate” confessa Mafalda con il suo sorriso contagioso e l’intreccio di accenti lombardo (è nata a Pavia) e marchigiano (regione in cui è cresciuta). Caso raro per una musicista italiana, Mafalda Minnozzi giovedì sera sarà al “Birdland”, il tempio della musica jazz a Manhattan, in arrivo da una serie di concerti privati e in locali come il “Luca’s Jazz Corner”, il “Rue B” di New York o il “Trumpets” di Montclair, oltre a passaggi-interviste con alcune stazioni radiofoniche. Se andate ai concerti di Mafalda Minnozzi, o se desiderate seguirla sui canali social, parlatele di musica perché quest’artista 49enne ha le sue idee oneste ed inclementi sulla involuzione del panorama musicale italiano, che val bene ascoltare. Perché Mafalda canta e interpreta da 30 anni, e pur avendo cominciato con “le mie dive, Caterina Valente, Edith Piaf, Ella Fitzgerald e Billie Holiday” la sua strada ha poi percorso la musica napoletana a partire dalle tradizionali villanell del ’500 e la canzone popolare italiana dagli Anni Sessanta ad oggi. Anche se “oggi” rimane un’espressione controversa: “Faccio fatica ad accettare che all’ultimo Festival di Sanremo, con il suo ascolto record di 12 milioni di persone, non arrivi al turno finale un cantautore come Ron, autore di capolavori come Piazza Grande, e che vinca Gabbani che non ha niente a che vedere con la tradizione dei grandi autori del Festival. Mi sembra una ulteriore testimonanza della strada dubbia che continua a percorrere la canzone italiana”. L’ultimo progetto di Mafalda (eMPathia) - di scena in queste settimane anche a New York - sale alla ribalta per le interpretazioni imbevute di swing, jazz, samba e bossa nova di brani caposaldo della classica letteratura musicale italiana: Azzurro, Parole Parole, Arrivederci, Io Che Amo Solo Te. Il repertorio della cantante risale a Sergio Endrigo, Ornella Vanoni, Umberto Bindi, Bruno Martino “un’era meravigliosa e geniale, dopo la quale dall’Italia non è più uscita musica italiana, semplicemente - giustifica Mafalda - in quanto la canzone italiana non ha più trovato l’equilibrio fra melodia, testi e ritmo che consentono al muratore di cantare una canzone per giorni, perché è orec-chiabile”. Ma anche affascinante, occorre aggiungere, nella sua ricchezza e semplicità. Da allora, le voci italiane d’esportazione “sono state quelle di Luciano Pavarotti, di Bocelli e adesso dei tre giovani tenori de Il Volo”. In sintesi: come la cinematografia italiana ha fatto storia con Fellini, Rosi ed il filone neo-realista, dagli Anni Ottanta gli esempi di penetrazione internazionale nella musica e nel cinema si contano sulle dita di una mano. Un peccato mortale. Nei venticinque anni trascorsi all’estero, di cui venti in Brasile (“ho capito che musicalmente era la mia terra perché la musica viene vissuta 24 ore al giorno con ani- ma e corpo”) Mafalda Minnozzi ha interpretato Lucio Dalla, De Gregori, Paolo Conte, Ivano Fossati, Sergio Endrigo, Domenico Modugno e venduto milioni di dischi “perché all’estero la musica italiana è molto amata. Ma con la modernizzazione sono arrivati i diktat delle case discografiche: “Il ritornello lungo 40 secondi, la canzone non più di 3 minuti. Oggi la musica è acquistata dai giovanissimi, il mercato discografico è tutto per loro, ma io ho bisogno di cantare anche il disagio, non potevo trascurare la mia inclinazione artistica, accettare le imposizioni, per cui ho creato la mia etichetta discografica, MPI, e mio marito Marco Bisconti è diventato il mio manager. Del resto il musicista vive, non guadagna milioni, per cui ho scelto di mantenere il mio stile. Sono comunque fiera del passato, dei due anni trascorsi a Uno Mattina su Rai Uno, di es- sere corrispondente di Radio 1 Rai per la trasmissione Brasil, dei 55 mila che mi seguono su Facebook. Però l’Italia è diventato un Paese dove è difficile unire i musicistitutto è basato sui favori reciproci. Preferisco vivere la musica con l’adrenalina”. Con eMPathia, Mafalda Minnozzi associa la tradizione musicale brasiliana all’interpretazione non solo dei classici italiani, ma di giganti quali Edith Piaf (La Via en Rose) e Yves Montand, per transitare da Antônio Carlos Jobim sino a Cole Porter. I concerti newyorkesi hanno questo indirizzo, ovvero quello di una quindicina di canzoni in collaborazione artistica con il chitarrista italoamericano Paul Ricci, cresciuto su Sixth Street nell’East Village, che ha poi seguito Mafalda in Brasile per un ventennio. Minnozzi e Ricci hanno generato uno stile unico e personale, in cui è centrale la trasposizione dell’umore musicale in “Saudade”. Mafalda possiede una voce perfetta per questa simbiosi, non usa la potenza del soprano, ma quella di un’artista che accompagna lungo un tragitto di vita, con le dovute gioie e soprattutto le naturali ombre, ombre anche nell’interpretazione di brani spensierati come Azzurro, dove si diverte a mimare il fanciullesco suono del treno. La chitarra acustica di Paul Ricci è la quinta corda vocale di Mafalda. Mafalda Minnozzi ha una voce jazz di straordinario spettro e ampiezza, calda, riflessiva, cosmopolita (“Amo rispettare la melodia delle canzoni e grazie all’improvvisazione riesco a far sí che la lingua non sia un limite per il pubblico”), nell’arco di un viaggio emozionale verso la profondità di alcuni testi e la grandezza della musica popolare, a cui Mafalda e Ricci danno una tonalità che “non viene tanto dal jazz di Charlie Parker, ma più da Louis Armstrong, dal jazz popolare che faceva ballare e cantare, per questo non rinuncio alla melodia”. Il futuro? “Un disco sulla musica tradizionale napoletana - risponde Mafalda - ma per favore non scriverlo”. La informazioni sui concerti e sull’attività artistica di Mafalda Minnozzi si trovano su mafaldaminnozzi.com


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