Mancini trova l’Italia



Nazionale/Il Ct evita la retrocessione e crea una squadra (a tre punte) solida ed agonistica

ROMA. Il gol di Biraghi alla Polonia ha dato il via, l’endorsement di Mattarella al Quirinale è la spinta a puntare ancora più in alto.

Nel giorno in cui il pallone azzurro viene ricevuto dal presidente della Repubblica per celebrare i 120 anni della Figc, la nazionale di Roberto Mancini si risente bella e possibile. Il capo dello Stato, davanti a Chiellini e compagni, volge lo sguardo all’orizzonte, augurando al suo successore di poter festeggiare nel 2022 come Pertini e Napolitano, mentre il ct preferisce guardare al futuro immediato, “i campionati del Qatar nel 2022 sono anco- ra abbastanza lontani”, alla gara col Portogallo, che sarà importante, e alla qualificazione agli Europei. Mancini è evidentemente soddisfatto dalla convincente prova dei suoi a Chorzow, frutto di un sistema di gioco che si è ben integrato con interpreti adeguati, che il ct mette in secondo piano solo se paragonata alla visita al Quirinale. “È più emozionante di ieri sera. Quella era una partita, si può perdere, si può vincere, però occasioni come questa non capitano spesso” ricorda Mancini, rinfrancato dal successo e dal gioco espresso: “Io credo che anche la partita con l’Ucraina è stata giocata bene, doveva finire con un diverso risultato. Con la Polonia il punto di svolta? Può essere un momento importante. Mi fa molto piacere per i ragazzi, se lo meritavano. Dovremo cercare di migliorare e questo si può fare solo con il tempo. Pressioni? Noi cerchiamo di fare sempre del nostro meglio, ed è chiaro che vorremmo sempre vincere e giocare bene però purtroppo non può accadere perché ci stanno anche gli avversari”. Il prossimo in agenda è il Portogallo il 17 novembre a San Siro. “Dobbiamo cer- care di fare una buona gara, confermare quanto di buono fatto nelle ultime due partite e cercare di vincere, poi vedremo per il primo posto nel girone di Nations League. È chiaro che in questo momento il Portogallo è ancora un po’ superiore a noi, sono i campioni d’Europa però la speranza è quella di batterli a Milano - l’auspicio di Mancini -. Se andremo avanti col 4- 3-3 con i ‘piccolì davanti? In questo momento va bene così, abbiamo giocatori che possono giocare con questo sistema, magari sono più in difficoltà con altri moduli. Però quello che conta è l’aspetto propositivo che una squadra vuole avere, se vuole giocare in attacco. Questa dovrebbe essere la cosa più importante per noi”.

IL SISTEMA DI GIOCO - C’è un pò di Sarri, con tanto di modifiche di Ancelotti, e un pizzico di Mancini. La Nazionale che ha vinto in Polonia ed evitato una retro-cessione in Lega 2 di Nations League che, sia pure non drammatica, sarebbe stata umiliante, ha improvvisamente (ri)scoperto di avere qualità e futuro, idee chiare e una direzione ben definita da seguire. Non è (ancora) una top nazionale, ma è quanto di più vicino al momento l’Italia si possa permettere. IL SARRISMO - Ma un pò di sano sar- rismo, la praticità di Ancelotti e qualche ottima idea di Mancini dicevamo. Partia- mo da Sarri. L’impostazione, per vari ed evidenti motivi, è quella. Il gioco è in gran parte un “trasferello” in salsa napoletana, in buona parte per la presenza di Jorginho e Insigne, evidentemente centrali nel pro- getto, ma anche per la presenza in mezzo al campo di un altro giocatore - Verratti - con il palleggio come caratteristica di gio- co principale. Di Sarri c’è anche la predi- sposizione a cercare marcature preventi- ve e ad accorciare il più possibile gli spazi in fase di non possesso. È una scelta in parte logica in parte obbligata, dato che la fisicità della nostra mediana costringe chia- ramente a stringere il campo. Qui si inserisce uno dei due difetti più evidenti della squadra e, probabilmente, quel “c’è ancora da migliorare” di cui ha parlato Mancini nel post-match. Fin che l’Italia è corta, ha qualità da vendere in tutte le fasi, recupera velocemente il pallo- ne e allunga fino al 70% il possesso palla. Quando le gambe cominciano ad appesan- tirsi e la squadra ad allungarsi soffriamo le rincorse in campo aperto che hanno per- messo alla Polonia di rendersi pericolosa. Non è un caso che il primo tiro in porta dei polacchi sia arrivato al 58', quando la Nazionale ha cominciato a disunirsi, e che le occasioni per Lewandowski e compa- gni siano tutte state nella seconda metà della ripresa. LA MANO DI ANCELOTTI - Di Ancelot- ti ci sono soprattutto alcuni movimenti offensivi e una ricerca più costante delle verticalizzazioni. Come nel più recente pe- riodo napoletano, Insigne parte dalla sini- stra per entrare dentro il campo e accom- pagnare il centravanti, nel nostro caso il falso nueve, data l’assenza di una punta di peso. La sua presenza sotto punta e tra le linee permette il gioco corto anche a ri- dosso dell’area di rigore avversaria e crea spazi per gli inserimenti degli esterni e del- la mezzala togliendo punti di riferimento alla difesa. I RITOCCHI DI MANCINI - Mancini ci ha messo del suo e ha preso decisioni im- portanti e, apparentemente, tutte corrette. Intanto è chiarissima l’identità di gioco. Ha scelto il modulo, che è un 4-3-3 che sa trasformarsi talvolta in 4-4-2, e ha imposto e impostato un modo di pensare il calcio. Sopra ogni cosa c’è che l’Italia non butta via un pallone. Prova a giocare sempre e sa rallentare e velocizzare l’azione. Abbia- mo detto del palleggio corto, ma l’azione più bella, quella del gol annullato a Chiesa per fuorigioco di Insigne, nasce da due cambi campo di Bernardeschi prima e Chie- sa poi. Il doppio play è, impossibile non no- tarlo, il marchio di fabbrica del Mancio. Jorginho e Verratti sanno giocare insieme (anche se quest’ultimo ha ancora la ten- denza a toccare troppe volte il pallone) e sanno andare a prendersi palloni difficili e in zone difficili del campo. Si alternano, uno più basso e uno tra le linee ma anche uno dentro lo spazio creato dalle punte e uno più strettamente in regia. In fase di possesso sono non solo il meglio che l’Ita- lia possa esibire ma anche due giocatori che non molte nazionali possono permet- tersi. Di Mancini ci sono anche le scelte, che sono state coraggiose e azzeccate. Barella ha tutto per diventare un grande centro- campista. Ha personalità e dinamismo, qualità tecnica e attenzione tattica. Sa cre- are e difendere, inserirsi e ragionare. Bira- ghi, gol a parte, ha un’ottima fase offensi- va (quella difensiva è da rivedere) e un cross che sarebbe manna dal cielo per qua- lunque centravanti. Lasagna, in campo nei minuti finali, ha in fondo deciso la partita. Lasagna e non Immobile.