Marea unionista a Barcellona



CATALOGNA/I SOSTENITORI DI MADRID CHIEDONO L’ARRESTO DI PUIGDEMONT

BARCELLONA. “Puigdemont in prigione”, grida Plaza Catalunya in un mare di bandiere spagnole. E oggi o domani la giustizia spagnola potrebbe rispondere all’appello del popolo unionista e ordinare l’arresto del presidente catalano destituito da Madrid per ‘ribellione’. Un ministro belga, preoccupato, ha considerato la possibilità che chieda asilo a Bruxelles, provocando le proteste spagnole e, in serata, un’intervento del premier belga Michel, che ha escluso l’ipotesi. Una marea umana unionista a sostegno di Madrid - 300mila persone per la polizia, un milione per il governo spagnolo - ha invaso il centro di Barcello- na cantando “Que viva Espana!” e esigendo l’arresto del ‘President’ in nome dell’unità di Spagna e del rifiuto della ‘Repubblica’ proclamata venerdì dal Parlament. Gli anti-indipendentisti sono scesi in piazza - con l’appoggio dei partiti unionisti Pp, Cs, Psc - all’indomani del commissariamento ‘duro’ deciso dal premier Mariano Rajoy contro la Catalogna e della destituzione di Puigdemont e del suo governo. Una dimostrazione di forza , con slogan aggressivi, di quella che si auto-definisce la ‘maggioranza silenziosa’ dopo le oceaniche manifestazioni per l’indipendenza delle ultime settimane. A conferma che metà della Catalogna vuole restare in Spagna. Ma anche della rinascita, 40 anni dopo la morte di Franco, di un nazionalismo spagnolo radicale, alimentato dal conflitto catalano. La nuova settimana sarà cruciale. Si apre in un clima di grande incertezza. Madrid passo a passo sta rafforzando il controllo su Barcellona, ma Puigdemont e il suo Govern non hanno accettato la destituzione. Le organizzazioni della società civile hanno invitato il ‘popolo della Repubblica’ a “risparmiare le forze”. In vista delle prossime sfide di piazza e della resistenza “democratica, civile e pacifica” invocata sabato da Puigdemont. I partiti indipendentisti sono incerti se partecipare alle elezioni ‘spagnole’ convocate da Rajoy il 21 dicembre oppure boicottarle. Anche se pare che l’opzione di correre stia prendendo forza, per riconquistare la maggioranza assoluta. Il portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha detto che vedrebbe “con piacere” una candidatura di Puigdemont perché darebbe credibilità al voto. “Se non sarà in galera”, ha però precisato il ministro degli Esteri Alfonso Dastis. I prossimi giorni saranno fondamentali per capire dove va la crisi catalana. Il vicepresidente Oriol Junqueras, leader della sinistra di Erc, nei sondaggi il primo partito catalano, ha avvertito che “dopo il colpo di stato contro la Catalogna” dovranno essere prese “decisioni difficili”, che “non sempre saranno facili da capire”. Oggi è il primo giorno lavorativo dopo il commissariamento e le destituzioni decise da Rajoy. Cosa faranno Puigdemont e i suoi ministri? Andranno in ufficio? Qualcuno cercherà di impedirglielo? Di arrestarli? Che cosa faranno i Mossos d’Esquadra, ora sono sotto il controllo di Madrid? Ieri, come è stato ordinato loro, hanno iniziato a togliere le foto di Puigdemont dai commissariati. Un loro sindacato minoritario non ha escluso che procedano all’arresto del President su ordine della giustizia spagnola. Quello maggioritario ha avvertito che sarebbe meglio lo facesse la polizia spagnola. La procura dello Stato oggi dovrebbe chiedere l’incriminazione e l’arresto di Puigdemont, di Junqueras e della presidente del Parla- mento Carme Forcadell. Un’ipotesi fortemente contestata anche in Spagna - in quanto in Catalogna non c’è stato “sollevamento violento” - e che inizia a preoccupare in Europa. Il ministro belga Theo Francken, un fiammingo, ha detto che Bruxelles potrebbe concedere a Puigdemont l’asilo politico: “Quando si sente parlare di prigione...”. Parole che non sono piaciute a Madrid, che per bocca del portavoce del Partito popolare di Rajoy le ha bollate come “inaccettabili”. In serata è dovuto intervenire direttamente il premier belga Charles Michel per precisare che la questione “non è assolutamente sul tavolo” del governo ed esortare il suo ministro a non gettare altra benzina sul fuoco della crisi catalana.


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