Maxi mazzetta in Congo



MILANO. Un’altra inchiesta per presunte tangenti pagate in un Paese africano si abbatte sull’Eni, dopo i processi sui casi Nigeria, anche a carico dell’ad Claudio Descalzi e che prenderà il via a maggio, e Algeria, che sta per concludersi e che vede tra gli imputati l’ex “numero uno” Paolo Scaroni.

Stavolta la Procura di Milano ipotizza, sempre contestando la corruzione internazionale, che una “maxi stecca” ancora da quantificare sia arrivata nelle tasche di pubblici ufficiali della Repubblica democratica del Congo per il rinnovo delle concessioni petrolifere del “Cane a sei zampe” nell’ex colonia francese. E che una parte del denaro sia rientrata, attraverso veicoli societari, nella disponibilità di Roberto Casula, capo attività di esplorazione e produzione del gruppo.

Eni ha confermato di aver ricevuto dalla Procura “una richiesta di consegna di documenti in relazione ad alcune attività svolte in Congo nel 2009 e nel 2014” e che “la richiesta fa seguito ad altre due precedenti ricevute nel 2017 di cui la società aveva già dato notizia nella propria informativa finanziaria”.

Il gruppo, inoltre, ha sottolineato “la propria totale estraneità da presunte condotte illecite in relazione alle operazioni oggetto di indagine, operando nel pieno rispetto delle leggi stabilite da Stati sovrani”.

Sei gli indagati, in totale, nell’inchiesta coordinata dai pm Paolo Storari e Sergio Spadaro e che ha portato la Gdf ad effettuare una serie di perquisizioni e acquisizioni di documenti e materiale informatico. Oltre a Casula - già a processo con Descalzi e altri per una presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari pagata in Nigeria (i pm contestano una “retrocessione” di mazzette a favore di Casula per 50 milioni di dollari in contanti) -, sono indagati anche un uomo d’affari e presunto intermediario, Alexander Haly, e lo stesso colosso petrolifero italiano per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. E ancora Maria Paduano, dirigente Eni, Ernest Olufemi Akinmade, ex dirigente diAgip in Nigeria, e un altro ex dirigente diAgip,Andrea Pulcini. Stando alla ricostruzione degli inquirenti, Eni, su richiesta del Congo,

avrebbe fatto entrare nei contratti per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi in quel Paese alcune società congolesi e, in particolare, la Aogc- Africa Oil and Gas Corporation di Denis Gokana, consigliere del presidente Sassou Nguesso. Una società che, secondo l’accusa, sarebbe stata in realtà solo uno “schermo” per far arrivare soldi a pubblici ufficiali del Congo, soci occulti.

L’ammontare totale della presunta maxi mazzetta, però, non è stato ancora quantificato, ma si parlerebbe di centinaia di milioni di dollari.

Il secondo aspetto dell’indagine, poi, riguarda una società inglese, la WNR-World Natural Resources (Eni ha precisato di “non aver avuto alcun rapporto” con questa società), che avrebbe incassato una parte dei diritti di esplorazione dalla Aogc. E la Wnr, secondo i pm, sarebbe riconducibile a Casula, attraverso Paduano e Akinmade.

Anche la presunta tangente “rientrata” non è stata ancora definita nell’ammontare.

Intanto, sempre a Milano è aperta l’inchiesta su presunte attività di depistaggio per condizionare l’indagine Eni-Nigeria, attraverso denunce a Trani e Siracusa di un complotto inesistente contro Descalzi, e che vede indagato anche Massimo Mantovani, ex capo ufficio legale e manager Eni.