• Redazione

May lascia: “Ho fallito”

BREXIT/DIMISSIONI SOFFERTE, IL NUOVO LEADER A LUGLIO, L’UE TEME JOHNSON



di Alessandro Logroscino

LONDRA. La Brexit divora i suoi figli. Dopo David Cameron, travolto nel 2016 dal referendum cui lui stesso aveva aperto la porta, anche Theresa May getta la spugna. Incapace di rompere lo stallo del Parlamento britannico e di venire a capo delle feroci lacerazioni nel suo partito, la premier britannica ha annunciato la resa sull’orlo delle lacrime: il 7 giugno, archiviata la contestata visita di Stato di Donald Trump nel Regno (dal 3 al 5), si dimetterà da leader Tory, dando il via a un’affollata corsa per la successione - in cui Boris Johnson appare favorito, ma non senza rivali - destinata a designare automaticamente anche il prossimo capo del governo di Sua Maestà. Al più tardi, entro il 24 luglio. L’epilogo, ormai chiaro da un paio di giorni, questa volta è senza ritorno. E scatena già l’inquietudine delle cancellerie europee: dove Angela Merkel continua ad aggrapparsi all’offerta di “un’uscita ordinata”, ma Emmanuel Macron s’affretta a evocare quanto prima “un chiarimento sulla Brexit” e Madrid rispolvera apertamente l’ombra di un traumatico “no deal”. L’irriducibile caparbietà dimostrata in quasi tre anni a Downing Street dalla May in ogni caso non basta più. La sconfitta storica del suo mandato - chiesto per condurre in porto l’addio all’Ue all’insegna di uno slogan divenuto tormentone, “Brexit means Brexit” - passa agli archivi.

Il fallimento dell’ultimo, disperato piano per strappare una ratifica parlamentare all’accordo di divorzio da Bruxelles attraverso una legge quadro di compromesso che avrebbe dovuto essere presentata ai Comuni il 3 giugno è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di umiliazioni. Sulla scia delle monumentali bocciature dei tre tentativi precedenti dei mesi scorsi. Assediata dalla ribellione del gruppo parlamentare Tory, sollecitata a farsi da parte ormai dai suoi ministri, lady Theresa ha staccato la spina. Lo ha fatto però a modo suo: dopo una faccia a faccia in solitaria a Downing Street col deputato Graham Brady, presidente fino a ieri mattina del Comitato 1922, sancta sanctorum del partito, e quindi con un discorso dinanzi al portoncino al numero 10 segnato da un scoppio pubblico di emozio- ne inedito per una figura dalla rigidità talora grottesca. Discorso a cui molti hanno riconosciuto toni di “dignità”. Vestita di rosso, accompagnata a distanza solo dallo sguardo dell’inseparabile marito Philip e di pochi collaboratori strettissimi, la seconda premier donna della storia del Regno Unito dopo Margaret Thatcher ha evitato i giri di parole. “Ho fatto del mio meglio, purtroppo non ci sono riuscita”, ha detto riferendosi ai ripetuti flop parlamentari sulla Brexit: “Un rammarico profondo che mi accompagnerà per sempre”. “Ora ritengo sia nel miglior interesse

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