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May sotto tiro perde le staffe



GB/LA PREMIER FURIOSA PER LA CONGIURA DEI TORY: “E’ IN GIOCO IL NOSTRO FUTURO”

LONDRA. "A bit irritated", un po' irritata: alle prese con le spinose strettoie finali del negoziato sulla Brexit, con le congiure intestine dei falchi del proprio partito e con gli attacchi - sulla sponda opposta - dei contestatori più irriducibili del divorzio dall'Ue, Theresa May confessa alla Bbc la sua frustrazione. Ripulite dall'affettazione di maniera dell'inglese dei benpensanti, sono parole che significano un cosa sola: che la premier conservatrice è furiosa, che ha perso la pazienza, che è fuori dalla grazia di Dio. Intervistata dal programma 'Panorama', May conserva l'aplomb, la compostezza da figlia d'un reverendo anglicano, ma lo dice a tutte lettere. La riunione cospiratoria di circa 50 deputati Tory 'brexiteers' che nei giorni scorsi hanno avviato la discussione su una sua potenziale defenestrazione - come leader di partito e di conseguenza come capo del governo - non l'ha lasciata indifferente. E non le fa dormire sonni tranquilli. "E' stato un po' irritante", ammette, ammonendo che - a sei mesi dalla formalizzazione della Brexit, fissata nero su bianco per il 29 marzo 2019, e con meno di due mesi di tempo per chiudere le trattative con Bruxelles - "il dibattito dovrebbe riguardare non il mio futuro, ma quello dei britannici e del Regno Unito". Mentre un altro sassolino dalla scarpa se lo leva direttamente nei riguardi del sue ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, l'uomo con cui gli euroscettici potrebbero tentare di sostituirla: al quale rimprovera d'aver usato un linguaggio "completamente inappropriato" quando ha dichiarato che la svolta 'semi soft' della premier sulla Brexit sancita a luglio nella turbolenta seduta governativa di Chequers equivarrebbe a far indossare al Regno un "giubbotto esplosivo, con il detonatore in mano a Michel Barnier". Ma le preoccupazioni per l'inquilina di Downing Street non arrivano solo dall'interno del suo partito e dai paladini di una Brexit dura e pura. Dalla trincea europeista, con intenzioni diametralmente contrarie, si muovono infatti i sostenitori di un secondo referendum. Uno sbocco escluso categoricamente da May, consapevole che si tratterebbe della deflagrazione definitiva della parrocchia Tory, se non del Paese intero. Ma che c'è chi spera di riuscire ancora a imporre. La piattaforma 'People's Vote Uk' tenterà la spallata di piazza il 20 ottobre, con un grande raduno convocato a Londra. E alla sua testa ci sarà fra gli altri il sindaco laburista Sadiq Khan. Inizialmente contrario a questa ipotesi - malvista anche da Jeremy Corbyn, leader di un Labour non molto meno diviso dei Tories sul dossier Brexit, sebbene in proporzioni assai diverse - Khan ci aveva già ri-

pensato nei mesi scorsi. E sull'Observer si sbilancia: May non ha "il mandato per giocare d'azzardo con l'economia britannica e la vita della gente", denuncia lanciando l'appello per un voto bis. Si tratta di affidare al popolo, argomenta, la decisione sull'esito di un negoziato avviato ai sui occhi verso un bivio tra "un cattivo accordo" per la Gran Bretagna e il temuto 'no deal', un taglio netto con i 27. Scenari entrambi "incredibilmente rischiosi", tuona, riecheggiando le paure della City e di molte "aziende", non senza evocare pericoli per i lavoratori che potrebbero "diventare più poveri" e perdere il posto. Una scelta fra il male e il peggio a cui il sindaco contrappone ora apertamente il ritorno alle urne, con inclusa "l'opzione di restare nell'Ue". Troppo tardi? Forse.


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