May trema, il Labour in rimonta



LA PREMIER SI AGGRAPPA AL BREXIT MA IL PARTITO DI CORBYN È SOLTANTO A 3 PUNTI DAI TORY

LONDRA. Theresa May s'aggrappa alla bandiera della Brexit per tirarsi fuori dalle secche dei sondaggi che rischiano di rimettere in discussione il trionfo annunciato del suo Partito Conservatore alle elezioni politiche anticipate dell'8 giugno. La premier britannica - che quel voto ha convocato a sorpresa un mese fa con una giravolta spregiudicata - sceglie l'Inghilterra nordorientale, tradizionale feudo laburista, ma ormai anche territorio a forte colorazione euroscettica, per pro- vare a risalire la china. Nel giorno in cui riceve un endorsement non esattamente entusiasta dal Financial Times, voce della City, mentre deve fare i conti con l'ennesimo segnale d'un possibile ritorno di fiamma del La- bour di Jeremy Corbyn: passato dal baratro dei 15-20 punti di scarto di un paio di settimane fa ad appena il 3% di differenza. Un'incollatura, per usare un'espressione ippica quanto mai appropriata in un Paese che, dalla regina in giù, venera i cavalli. Il tono nella settimana decisiva diventa quello della perorazione, più che del comizio. May rivolge un appello accorato, per quanto l'aggettivo non le si attagli granché, e chiede alla gente d'avere "fede" in lei e nel governo Tory affinché la Brexit possa diventare un successo. Insiste di essere l'unica leader in grado di dare "stabilità" al Paese e di mostrarsi "forte" nel negoziato con Bruxelles. Difende le caute (e per alcuni vaghe) ricette economiche del manifesto conservatore come le uniche realistiche. Ma soprattutto martella su un refrain: Corbyn, il vecchio socialista che ha ricollocato il Labour a sinistra, "non è affidabile", "non ha un piano" realizzabile. E se mai dovesse avvicinarsi a Dowing Street, con i suoi abiti dozzinali, lo stile di vita quasi francescano, la terza moglie cilena e il micio 'El Gatò, sarà costretto a fare i conti con gli indipendentisti scozzesi dell'Snp (e magari con altri partiti) per dar vita a una qualche "coalizione del caos" prima di poter solo abbozzare un confronto con l'Ue. Parole che si sforzano di evidenziare la debolezza attribuita all'avversario. Ma che non è detto siano in grado di restituire all'aspirante 'lady di ferrò bis quell'immagine di forza che si era cucita o le avevano cucito addosso. Su di lei pesano del resto le troppe marce indietro recenti, lo scivolone sulla cosiddetta 'dementia tax' per il pagamento dell'assistenza agli anziani, la fuga dai dibattiti televisivi, come quello a sette ospitato mercoledì sera: nel quale tutti, Corbyn e non solo, l'hanno presa di mira per la sua assenza. Mentre la platea non esitava a contestare, talora a irridere la ministra dell'Interno, Amber Rudd, mandata a fare le veci di leader, tanto da far perdere la testa al titolare del Foreign Office, Boris Jonhnson: e indurlo ad accusare la governativa Bbc d'intelligenza con la sinistra. Jeremy Corbyn, d'altronde, sente di avere il vento dalla sua; così risponde agli attacchi personali puntando sul suo programma di spese sociali e di promesse, tanto spericolate (stando ai detrattori) quanto accattivanti. Mentre alza i toni pure sulla Brexit, replicando agli slogan muscolari della premier che uscire dall'Ue senza un accordo sarebbe "un disastro per l'economia" del Regno. L'ultimo aggiornamento demoscopico di YouGov proietta intanto i laburisti al 39%. Non abbastanza per ribaltare le previsioni, ma in netta ripresa, meglio rispetto al risultato ottenuto alle urne nel 2015 o nel 2010 e persino alla terza e ultima vittoria elettorale di Tony Blair nel 2005. Con i Tories a tiro al 42%, vicino ai loro picchi storici, eppure in stallo. Men- tre il fantasma di un 'hung Parliament', una Camera dei Comuni senza maggioranza, si fa sempre più concreto.


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