Migranti e caporalato



La piaga dello sfruttamento dei lavoratori nel nostro Sud e il grave incidente automobilistico nel Foggiano in cui hanno perso la vita molti extracomunitari

LA SETTIMANA scorsa, navigando su Facebook mi sono imbattuto in un post inviatomi dal mio amico Mimmo Gerardini, che riporto a corredo di questo pezzo, il quale recita: «Per quelli che "gli immigrati ci rubano il lavoro", vi volevo dire che si sono appena liberati 14 posti per raccogliere pomodori. O magari non vi inte- ressa?». Si tratta della rivista "Satiraptus", firmato "ViDa", che solo casualmente coincide con le iniziali del sottoscritto. Ho risposto, seduta stante, con queste parole: «Benissimo Mimmo. Vorrei dire a Salvini che per quei 16 poveracci "la pacchia è finita" davvero».In realtà, le cronache giornalistiche riportano che, in tutto, sono 16 i braccianti extra- comunitari morti in alcuni incidenti verificatisi in tre giorni nel Foggiano (nella foto, uno di essi), e che hanno visto protagonisti altrettanti camioncini che trasportavano lavoratori sfruttati dal caporalato, che imperversa da decenni nel Sud.A distanza di ventiquattr'ore un post di un altro amico, Nicola Bellantuono, in cui l'autore riporta sinteticamente quando dichiarato dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, in tema di emigrazione: «Marcinelle insegna che non bisognerebbe emigrare». Probabilmente le parole del vice premier sono state estrapolate da un discorso più ampio, e comunque, queste due notizie mi hanno offerto il destro per scrivere questo pezzo. Procediamo con ordine. In primo luogo va chiarito che la frase di Matteo Salvini "la pacchia è finita" si riferiva evidentemente a una generalità di individui: i criminali che gestiscono l'immigrazione; gli scafisti; e, in ultimo, gli stessi immigrati. Ciò non toglie che la si possa utilizzare per sottolineare che per quei poveracci la pacchia (se la vogliamo definire in questi termini) è veramente finita. Sono morti dopo una giornata di duro lavoro, nella raccolta dei pomodori (chi scrive sa cosa significa per averla fatta da giovane). Avevano passato la giornata, sotto il sole cocente del Foggiano, a raccogliere pomo- dori, arruolati da uno dei tanti caporali, come avviene in troppi settori della coltivazione di frutta e verdura al Sud, nonostante la legge contro il caporalato di due anni fa. Dalle cronache giornalistiche si apprende che i lavoratori «erano stipati su delle pan-hine improvvisate sul retro di un furgoncino con targa bulgara: dopo uno scontro frontale con un Tir sono morti in 12, allo svincolo per Ripalta, tra Lesina e San Severo, nel Foggiano. Erano tutti migranti arrivati dall'Africa, pagati una miseria, al nero e alla giornata. Sabato 1° agosto, la stessa tragica scena tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri, sempre nel Foggiano, un'altro incidente stradalein cui restano coinvolti quattro braccianti agricoli extracomunitari morti. Secondo un rapporto della Cgil, in Italia ci sono 130 mila persone che nell'agricoltura vivono e lavorano in condizioni ai limiti dello schiavismo, la gran parte sono vittime del caporalato. E non si tratta solo di immigrati, ci sono anche molti italiani. Tutti sono costretti ad accettare uno sfruttamento del lavoro medievale, alla faccia di ogni diritto, contributi e tasse (perché usando lavoro nero i proprietari non pagano neanche quelle)». Bene avrebbe fatto il ministro dell'Inter- no, Salvini, a recarsi sui luoghi dov'è presente massicciamente il drammatico fenomeno del caporalato, e portare la propria solidarietà ai morti, con la sua partecipazione allo sciopero dei braccianti stranieri. Sciopero che noi Italiani non vogliamo più fare, come non vogliamo più fare certi lavori. Probabilmente in tale contesto sarebbe stato contestato e avrebbe perso qualche voto. Ne avrebbe guadagnato, però, in dignità. Si sa che, però, al Nostro interessa poco la dignità, mentre è molto sensibile al consenso. Ed è proprio sul versante dell'immigrazione che il vice premier del governo gialloverde e segretario della Lega sta costruendo la sua fortuna politica. L'amico Nicola Bellantuono, nel riportare il post di Di Maio, aggiungeva: "...e di conseguenza i morti sul lavoro insegnano che non bisognerebbe lavorare, le bocciature che non bisognerebbe studiare e i pedoni investiti sulle strisce che bisognerebbe starsene a casa...". Se si vuole estremizzare il discorso aggiungerei che bisognerebbe non mangiare se si vuole evitare di soffocare. Sono stato anch'io un emigrante. Arrivato a New York nel novembre 1972. Ho sperimentato un primo lavoro, in nero, senza contributi, con una paga da fame. Credevo di trovarmi nel Paese in cui, chi era emigrato prima, sosteneva trattarsi di "una terra dove era facile realizzarsi in quanto il lavoro veniva riconosciuto adeguatamente sotto il profilo economico e dei diritti". Aver fatto notare al mio datore (emigrato anni prima dall'Italia) l'insufficienza della retribuzione, rispetto al quantum delle ore e delle giornate lavorate (ivi inclusa la festività del Thanksgiving), aveva provocato una reazione inaspettata, oltre a una risposta che non ammetteva repliche: "Sei appena arrivato e hai già queste pretese? Da domani non venire più". Un secondo impiego, bus boy in un ristorante della 34ma strada e seconda Avenue di Manhattan. Dopo circa un mese di lavoro, mi viene richiesto dalla segretaria di fornire il numero della Social Security. A distanza di qualche minuto l'anziana proprietaria del posto (emigrata decenni prima dal Friuli) mi rimprovera la mia ingratitudine per non essere andato a ringraziarla. In realtà, non sapevo che per avere un diritto bisognasse ringraziare e magari genuflettersi. Ma tant'è, l'America non è molto diversa da tante altre realtà. L'esempio più eclatante si verifica alle dipendenze di un compaesano. Far rilevare all'imprenditore che dal “check” non risulta il lavoro overtime, svolto dopo il normale orario di lavoro, per alcune serate, merita la seguente risposta: "Ma io ve lo avevo chiesto per piacere!". Ma come! In America... si lavora per piacere? Ebbene sì. Ancora oggi, l'America continua a riservarmi un trattamento speciale. Anni addietro sottolineavo l'esistenza di una condizione peggiore della disoccupa- zione: lavorare senza retribuzione. Potrei continuare su questa falsariga, ma preferisco rinviare il lettore più esigente alla lettura del mio libro, «Il mondo nuovo», che può trovare nei negozi 'Pesce Brothers Super Markets'; 'La Bella Market Place', ubicati ri- spettivamente al numero 7909 della 13ma e sulla 18ma Avenue di Brooklyn, tra la 66ma e la 67ma strada; e a Staten Island, al numero 99 di Ellis Street. Al mio paese vige ancora oggi il fenomeno legato allo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Un fenomeno risalente alle mie esperienze giovanili dell'acinellatura (eliminare manualmente gli acinini dai grappoli). Era e rimane un modo come un altro per raggranellare qualche soldo, in particolare per gli studenti e i disoccupati di lungo corso. Gli agricoltori si difendono affermando che se dovessero rispettare la normativa vigente e pagare secondo la contrattazione del settore, non ce la farebbero a sopravvivere. Sarà vero? Nulla è cambiato. Il dio profitto, legato alla natura umana, in America o in Italia, prevale su tutto. Un mondo era, un mondo è, e un mondo sarà. Se il governo gialloverde (M5S-Lega) riu- scisse a ridurre drasticamente la tragica piaga ancestrale dello sfruttamento nel Belpaese, una realtà che affonda le sue radici lonta- no nel tempo, e in tutto il mondo, allora si potrebbe definire davvero il governo del cam- biamento. Ma si tratta ovviamente di una "mission impossible". Due parole sul crollo del ponte Morandi, a Genova, mercoledì 14 agosto. Ho scritto più volte, su queste pagine, che, se ci si occupasse di mettere in sicurezza il Paese, si otterrebbero diversi risultati: crescita esponenziale dell'occupazione e del pil; drastica riduzione della criminalità, della mortalità e delle spese per la ricostruzione.


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