Minigonne addio, Bellomo destituito



Il Consiglio di Stato decide sul giudice accusato di molestie

ROMA. Destituito per aver leso il prestigio della magistratura. Alla decisione, che ieri ha avuto il consenso pressoché unanime dell'adunanza generale del Consiglio di Stato, mancano solo il via libera del Consiglio di presidenza convocato per domani e, poi, la firma finale del Presidente della Repubblica. Lui si difende: "Ingiustizia è fatta". Ma la strada è segnata: per Francesco Bellomo, il consigliere finito nella bufera per i corsi per aspiranti magistrati conditi da avances, dress-code, minigonne e "contratto", si profila la rimozione dai ranghi della magistratura amministrativa, la terza nella storia e in ogni caso la prima per vicende di questo genere.

Al centro del caso, infatti, non c'è una violazione compiuta da Bellomo esercitando la funzione di magistrato, ma i comportamenti tenuti nella scuola "Diritto e scienza" da lui gestita. Tutto parte da una lettera di denuncia che il padre di una borsista invia al Consiglio di Stato poco più di un anno fa, che pur ammettendo una precedente relazione tra sua figlia e il magistrato, riferisce di pressioni che avevano ridotto la ragazza in un grave stato di prostrazione fisica e psicologica. Il presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, invia gli atti alla procura e a febbraio avvia l'azione disciplinare. Nell'istruttoria sono sentite alcune ragazze e lo stesso Bellomo. Il 27 ottobre il Cpga, Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, organo di autogoverno delle toghe di questo settore, vota una prima volta la destituzione: 7 sì, 6 no. Ma l'iter, che per una sanzione così pesante prevede una procedura 'aggravata', non è ancora chiuso. Dopo il 27 ottobre, inoltre, qualcosa inizia a trapelare sulla stampa e via via il caso monta, coinvolgendo anche un altro magistrato, considerato braccio destro di Bellomo nella scuola di diritto: il pm di Rovigo, Davide Nalin, che il Csm ha già sospeso. Emerge così che anche la giustizia penale si è mossa, con due inchieste, che vedono Bellomo indagato a Bari per estorsione e a Piacenza per atti persecutori in concorso con Nalin. Oggi circa 70 consiglieri di Stato, presieduti da Filippo Patroni Griffi, si sono riuniti a Roma, a Palazzo Spada, per il 'verdetto': per motivi di incompatibilità mancavano solo i componenti della Cpga e quelli della sezione che, qualora Bellomo faccia ricorso, dovrebbero esaminarlo. Lo scrutinio è stato palese, ma non sarà verbalizzato. Da quanto è filtrato, c'è stato un solo voto contrario alla destituzione da parte di un consigliere che riteneva la sanzione troppo dura; più qualche astenuto. Il resto ha votato compatto per il sì, accogliendo la posizione espressa in un pre-parere dalla commissione speciale. Passaggi che fanno capire quanto complessa sia la procedura disciplinare in ambito amministrativo, un iter che Pajno, tra l'altro, ha chiesto di riformare. Bellomo non ci sta, fa valere i "25 anni di lodevole servizio per lo Stato", dice che "la legge non consente la destituzione" per le ipotesi per cui viene cacciato, "prevista solo in caso di condanna per gravi reati. Invece io - scrive in una lettera aperta - non ho subìto alcuna condanna, neppure alcun processo. L'unica condanna che ho subito, con effetti devastanti, è stata quella mediatica".


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