Mosul “liberata dall’Isis”



IRAQ/IL PRIMO MINISTRO HA PROCLAMATO LA VITTORIA DOPO TRE ANNI DI GUERRA

BAGHDAD. Per il governo iracheno è arrivato il giorno più atteso da tre anni. Strappando all'Isis Mosul, dove ieri il primo ministro Haidar al Abadi è arrivato per proclamare la "vittoria", Baghdad lava l'onta subita nell'estate del 2014, quando il suo esercito si diede alla fuga, consentendo alle milizie di Abu Bakr al Baghdadi di occupare in pochi giorni, senza colpo ferire, la seconda città irachena e quasi l'intero nord del Paese. Abadi, mostrato in alcune foto mentre scende da un elicottero indossando divisa e cappellino militari, ha affermato di essere andato a Mosul "per annunciare la sua liberazione e per congratularsi con le forze armate e il popolo iracheno per la vittoria". Una vittoria ormai scontata, anche se ancora mentre il premier twittava queste parole spari ed esplosioni si potevano udire in due isolati nel centro della città dove gli ultimi jihadisti opponevano una resistenza disperata e inutile. Intanto, sul versante siriano della guerra che sconvolge la regione, è entrato ieri in vigore il cessate il fuoco nel sud-ovest concordato tra Usa e Russia con il coinvolgimento di Giordania e Israele. Per il momento la tregua, che riguarda le province di Quneitra, Daraa e Sweida, non registra violazioni e Donald Trump ha twittato il suo entusiasmo: "Abbiamo negoziato un cessate il fuoco che salverà vite umane, ora è tempo di andare avanti e di lavorare in modo costruttivo con la Russia", ha scritto il presidente Usa. Mentre da Gerusalemme i commenti del premier Benyamin Netanyahu confermano il principale obiettivo per Israele, Giordania e Usa, di questa intesa raggiunta con Mosca dopo settimane di trattative ad Amman: fermare, con il congelamento dei combattimenti, il rafforzamento delle milizie libanesi e di altri Paesi coordinate dai Pasdaran iraniani a ridosso del confine israelo-giordano. Israele, ha detto Netanyahu, accoglierà con favore "un vero cessate il fuoco in Siria" ma questo non deve consentire "la presenza dell'Iran e dei suoi mandatari nel territorio siriano in generale e nel sud in particolare". Tornando a Mosul, anche ieri la tele- visione irachena ha mostrato scene di giubilo tra i soldati iracheni, che ballavano e sparavano in aria. Ma anche immagini che testimoniano il calvario delle migliaia di civili rimasti intrappolati dagli ultimi combattimenti nella Città vecchia, completamente devasta-a, esposti alla minaccia dei miliziani dell'Isis, dei bombardamenti aerei della Co- alizione a guida Usa, della fame e della sete, con temperature che superano i 40 gradi. Si vedono soldati che danno da bere a bambini, anche molto piccoli, mentre uomini e ragazzi che fuggono dal centro sono costretti a spogliarsi prima di passare le linee governative per controllare che non portino cinture esplosive nascoste sotto i vestiti. La riconquista di Mosul, arrivata al termine di un'offensiva di quasi nove mesi e che ha costretto circa 900.000 civili a fuggire dalle loro case, non significa la scomparsa dell'Isis in Iraq, che occupa ancora tra l'altro una larga fascia di territorio lungo 400 chilometri di confine siriano. E' qui, nella provincia di Al Anbar già culla dell'insurrezione contro l'occupazione americana, di Al Qaeda e poi dell'Isis, che i combattenti del 'Califfato' potrebbero tornare per riorganizzarsi in attesa di sfruttare le tensioni interconfessionali e interetniche che, lungi dall'essere mitigate, sono oggi ancora più laceranti di tre anni fa. Tra i primi problemi che si porranno dopo la caduta di Mosul vi è il referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno che le autorità di Erbil hanno indetto per il 25 settembre, dopo avere occupato con i loro Peshmerga vasti territori che non hanno nessuna intenzione di abbandonare. Prima di tutti la provincia di Kirkuk, ricca di petrolio. Non a caso Brett McGurk, inviato del presidente Trump per la Coalizione anti- Isis, è volato oggi a Erbil per incontrare il presidente curdo Masud Barzani e ringraziarlo personalmente per "l'eroismo dei miliziani Peshmerga e la loro cooperazione con le forze irachene".


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