Muore Franco Battiato

UN UOMO LIBERO ALLA RICERCA DELL’ALTROVE. DA STOCKHAUSEN AL SUFISMO AL POP



di Paolo Biamonte

ROMA. La musica italiana ha perso un altro gigante. Franco Battiato (nella foto,) se n’è andato, sconfitto da una lunga malattia. Gli ultimi anni li ha passati quasi in ritiro, in casa, a Milo, sulle pendici dell’Etna, lo stesso posto scelto da Lucio Dalla come residenza estiva. Il pubblico italiano lo ha ascoltato per l’ultima volta durante l’ultimo festival di Sanremo, grazie a Colapesce e Dimartino che, nella serata delle cover, hanno interpretato “Povera Patria”, dando spazio alla voce del Maestro. Francesco (questo il nome di battesimo con cui è stato registrato il 23 marzo del 1945, all’anagrafe di Ionia, in provincia di Catania) Battiato è stato un personaggio unico nella storia della musica italiana e non solo, un artista impossibile da etichettare, sicuramente una delle personalità più originali e complesse espresse dalla scena musicale del nostro Paese negli ultimi decenni. In lui convivevano l’allievo di Stockhausen e l’autore di canzoni pop entrate nella storia del costume, il cultore di filosofie orientali, del Sufismo, della meditazione trascendentale, del pensiero di Gurdjeff e lo spirito del rock, l’amore e la conoscenza profonda della musica antica e classica e lo sperimentatore elettronico che negli anni ’70 si allineava al rock d’avanguardia, il cantautore di protesta, il pittore e il regista cinematografico. Ma anche e soprattutto un uomo libero, un intellettuale che ha sempre guardato la società e il mondo da un punto di vista personale e originale, molto spesso in anticipo sui tempi. La sua carriera aveva preso le mosse nei cabaret della Milano dei tardi anni ‘60 dove aveva fatto amicizia con Giorgio Gaber. Fu proprio “Il signor G.” a suggerirgli di cambiare il nome da Francesco (sembra per non confondersi con Guccini) in Franco. Già negli anni anni ’70 pubblica una serie di album come “Fetus”, “Pollution”, “Sulle corde di Aries” “Clic” influenzati da Stockhausen, dal Minimalismo, dalla scena europea del Krautrock e dello sperimentalismo elettronico. Con il violinista-compositore Giusto Pio, che diventerà una sorta di alter ego, firma la direzione musicale di “Polli d’allevamento”, lo spettacolo dell’amico Gaber. E proprio nel ’79 comincia l’avvicinamento al grande successo, riscoprendo, seppur in modo del tutto originale, la forma canzone. Escono “L’era del cinghiale bianco” e “Patriots” (dove c’è “Prospettiva Nevski”), intanto scrive per Alice la hit “Intervento cado dell’estate”. Nel 1981 l’esplosione: viene pubblicato “La voce del padrone”, un album che in un anno vende un milione di copie e con canzoni come “Bandiera bianca”, “Centro di gravità permanente”, “Cuccurucucù” fa entrare Battiato nella storia del costume del nostro Paese. Il mix di ironia, raffinati pastiche letterari, musica sofisticata ma all’apparenza orecchiabile è irresistibile, anche se, con la sua proverbiale ironia, l’autore raccontava di aver scritto “La voce del padrone” quasi per scommessa, per dimostrare di essere in grado di comporre canzoni di successo di cui non andava particolarmente fiero. Il successivo “L’arca di Noè”, con “Voglio vederti danzare”, consolida il successo, ma non era certo diventare un divo pop il suo obiettivo. Dirada i concerti (ma con “I treni di Tozeur” partecipa insieme adAlice all’Eurofestival) e con “Mondi lontanissimi” dichiara la sua intenzione di sfuggire ai cliché: non a caso, come gli aveva consigliato Stockhausen, scrive la sua prima opera colta, “Genesi”. Album come “Fisiognomica” e “Come un cammello in una grondaia” sono esempi perfetti di una ricerca che tende a dare un significato nuovo e più profondo al concetto stesso di canzone, sono realizzati senza alcuna concessione al mercato eppure il primo contiene “L’oceano di silenzio” (cantata con qualche fatica per l’emozione davanti a Papa Giovanni Paolo II, primo artista pop ad esibirsi in Vaticano), nel secondo brilla di luce propria “Povera patria”, una delle invettive più potenti e accorate mai scritte sulla deriva del nostro Paese, un capolavoro purtroppo rimasto di un’attualità bruciante. E’ con gli anni ’90 che, dopo l’incontro con il filosofo Manlio Sgalambro, destinato a diventare il suo interlocutore privilegiato e collaboratore fondamentale, Battiato pubblica uno dei capolavori della musica italiana: “La cura”, un brano, contenuto nell’album “L’imboscata”, che può essere considerato uno straordinario pezzo d’amore ma anche un omaggio alla trascendenza. Battiato ha scritto molto per altri artisti, ha realizzato una serie interminabile di collaborazioni ma ha avuto un ruolo determinante nel successo di Alice, Giuni Russo e anche di Milva, scomparsa il 23 aprile scorso, firmando hit, come “Un’estate al mare”, rimaste nella storia. Tra gli anni ’90 e il nuovo millennio Battiato torna verso l’avanguardia, mette in scena un’Opera in due atti “Gilgamesh”, dà spazio alla chitarra elettrica con “Gommalacca” (c’è “Shock In My Town”), realizza l’opera “Campi magnetici” su commissione del Maggio Fiorentino, poi la trilogia “Fleur”, con cover di brani di altri artisti che vanno da De Andrè a Sergio Endrigo a Jacques Brel ai Rolling Stones, poi, infaticabile, partecipa a Sanremo come direttore d’orchestra, autore, partner di Luca Madonia, pubblica un album dedicato al filosofo Bernardino Telesio, divide concerti con Anthony and the Johnson, va in tournée con Alice, con il nome Joe