Nel mirino 7 Paesi islamici


CASA BIANCA/PROTESTE E CAOS NEGLI AEROPORTI PER LO STOP AGLI IMMIGRATI


WASHINGTON. Panico, rabbia, proteste e ricorsi legali, forse anche una class action. E caos negli aeroporti. Sono le reazioni, in Usa e nel mondo, all’ordine esecutivo con cui Donald Trump ha congelato per tre mesi gli arrivi da sette Paesi a maggioranza islamica e per quattro mesi il programma dei rifugiati (a tempo indeterminato per quelli siriani), più che dimezzando a 50 mila il numero di quelli previsti per quest’anno dall’Amministrazione Obama. Uno stop alle ondate migratorie che hanno fatto la storia e la grandezza degli Stati Uniti, e ad uno dei programmi umanitari più ambiziosi al mondo, deciso da Trump per mettere a punto controlli più severi contro l’ingresso di terroristi stranieri. Il Nyt è sceso subito in campo sostenendo che il provvedimento è “illegale” perché viola la legge Usa che dal 1965 vieta qualsiasi discriminazione contro gli immigranti basata sull’origine nazionale. Una discriminazione aggravata da quella religiosa, dato che Trump, oltre a mettere nel mirino solo Paesi musulmani, ha disposto di dare priorità in futuro ai rifugiati cristiani o di altre minoranze religiose perseguitate. Col paradosso inoltre che nel suo bando il presidente, pur citando l’11 settembre, ha “dimenticato” i Paesi da cui provenivano gli attentatori: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano, dove in alcuni casi possiede degli asset. L’Iran è stato il primo Paese a reagire. Dopo le critiche del presidente Hassan Rohani (“Oggi è tempo di riconciliazione e convivenza, non di erigere muri tra le nazioni”), Teheran ha deciso di applicare il principio della reciprocità contro questo “affronto” che rischia di essere “un grande dono agli estremisti”. L’attrice iraniania Tanareh Alidoosti, protagonista del film ‘The Salesman’ (Il cliente) candidato agli Oscar, ha intanto deciso di boicottare la cerimonia di premiazione. Immediata anche la replica dell’Onu: l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato Onu per i rifugiati hanno chiesto agli Usa di “continuare ad esercitare il loro forte ruolo di leadership” e a rispettare “la lunga tradizione di proteggere coloro che fuggono da conflitti e persecuzioni”. Francois Hollande è stato invece il primo leader europeo ad invocare la “fermezza” del vecchio continente nel dialogo con Trump, prima di ricevere la sua telefonata. “L’Europa deve definire una politica estera comune per affrontare il resto del mondo”, ha detto, ricordando che “il protezionismo non fa parte del Dna europeo”. Anche il mondo della cultura si mobilita.“Mi si spezza il cuore nel vedere che oggi il presidente Trump chiude la porta ai bambini, alle madri e ai padri che fuggono dalla violenza e dalla guerra”, ha scritto su Fb il premio Nobel per la pace 2014 Malala Yousafzai.La protesta cresce pure in Usa, dove il giro di vite di Trump potrebbe avere conseguenze boomerang, e non solo sul fronte della sicurezza. Le persone sospese dal suo provvedimento mentre erano già in volo per gli Stati Uniti sono state fermate e detenute agli aeroporti di arrivo. Come capitato a due rifugiati iracheni fermati allo scalo di New York. Gli avvocati che li rappresentano hanno già presentato ricorso e avviato le procedure per una possibile class action. Anche vari gruppi per la difesa dei diritti umani stanno affilando le armi per una battaglia lega- le. Tra questi, il Consiglio per le Relazioni americano-islamiche. Proteste all’aeroporto Jfk di New York dopo il fermo di diversi passeggeri che rientravano dopo il bando temporaneo anti immigrazione di Donald Trump. Una dozzina è ancora detenuta. Una piccola folla si è raccolta all’ester- no del terminal 4 con cartelli e striscioni recanti slogan come “No ban, no wall” (No bandi, no muri), “No muslim ban” (no al bando dei musulmani). Proteste anche delle comunità colpite dal provvedimento: i loro rappresentanti stanno tenendo conferenze stampa e interviste in tv, mentre alcuni immigrati raccontano la loro storia e i loro problemi ai mediaLe compagnie aeree si stanno però già adeguando alle nuove misure, bloccando i passeggeri nella ‘lista nera’ anche negli scali partenza. L’inquietudine monta pure nel mondo accademico e studentesco americano. Una petizione è già stata firmata da 12 premi Nobel e migliaia di docenti. Preoccupati anche gli studenti, che hanno cominciato a radunarsi in alcuni atenei, tra cui Harvard. Alzata di scudi anche dalla Silicon Valley, quella che più ha beneficiato dei talenti da oltreoceano. Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg si è detto preoccupato dalla stretta sui migranti esortando il presidente a mantenere aperti i confini degli Stati Uniti ai rifugiati che hanno bisogno di un rifugio sicuro e a non deportare milioni di persone senza documenti che non pongono alcuna minaccia alla sicurezza nazionale. Sulla stessa lunghezza d’onda i dirigenti di Twitter e Google, quest’ultima affrettatasi a far rientrare il prima possibile circa 100 suoi dipendenti provenienti dai Paesi islamic


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