Non fu colpa del tipografo

ROMA/IL PALAZZO CROLLATO NEL 1998 CON 27 VITTIME: L’UNICO IMPUTATO NON HA RESPONSABILITÀ


di Giovanni Blecastro



ROMA. Nessun colpevole per la tragedia che colpì Roma nella notte del 16 dicembre 1998, quando si sbriciolò un palazzo di cinque piani in via Vigna Jacobini, e rimasero sotto le macerie 27 vittime, tra le quali sei bambini. Ieri, dopo tre sentenze - due delle quali annullate con rinvio dalla Corte di Cassazione - i giudici d'appello hanno scritto la parola fine in merito alla posizione dell'unico imputato, processato per le terribili accuse di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Mario Capobianchi, proprietario della tipografia 'San Paolo' ubicata nel seminterrato dell'edificio di Via Vigna Jacobini, è stato assolto con formula ampia 'perché il fatto non sussiste'. In quel dicembre del 1998, le cronache dell'epoca raccontarono che furono necessarie ben 51 ore alle centinaia di uomini impegnati nei soccorsi - su tutti, i vigili del fuoco - per chiudere la straziante conta dei morti. L'ultimo ad essere trovato fu, all'alba, il corpicino di Alessio Fioravanti, di solo quattro mesi di vita, trovato a quattro metri di profondità rispetto al piano stradale, adiacente al muro che separava il palazzo crollato dal giardino di un altro edificio. Prima di lui, erano state estratte e ricomposte le salme di tanti altri uomini e donne, insieme con altri bambini. Tutti rimasti colpiti dalle macerie di un palazzo che si sbriciolò improvvisamente. Soltanto due furono le persone estratte vive dai detriti. La vicenda processuale, che ha visto sul banco degli imputati il titolare della tipografia che era ubicata in quel seminterrato, ha avuto un iter tortuoso. In primo grado, Capobianchi era stato condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione, con i giudici d'appello che ridusse la condanna a 2 anni di reclusione. Questa decisione fu annullata dalla Cassazione e fatta rinascere davanti ai giudici d'appello che sentenziarono l'assoluzione con la formula 'perché il fatto non costituisce reato'. Anche questa nuova pronuncia fu annullata dalla Cassazione nel gennaio 2016, con l'invio a un'altra sezione per un nuovo processo sul presupposto che la motivazione della sentenza fosse illogica sul tema del nesso di causalità. Ieri, la definizione con l'assoluzione definitiva, anche su richiesta della procura generale, che ha sentenziato la formula del 'perché il fatto non sussiste' per Capobianchi. "Dopo venti anni, due annullamenti dalla Cassazione, due perizie e un processo lungo e faticoso, finalmente è stato riconosciuto che la tipografia non ha in alcun modo accelerato un disastro che si sarebbe comunque verificato per i difetti strutturali del palazzo - ha commentato il difensore di Capobianchi, l'avvocato Alberto Misiani -. Siamo soddisfatti, anche se resta l'amarezza per Capobianchi per aver vissuto venti anni portando sulle spalle il peso di un'accusa ingiusta e infondata".

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

ITALIAN LANGUAGE DAILY NEWSPAPER

PUBLISHED BY GRUPPO EDITORIALE OGGI

Tutti i diritti riservati @ GRUPPO EDITORIALE OGGI e A SOAKING MEDIA