Nuove accuse farsa per Suu Kyi

BIRMANIA/IL PREMIO NOBEL PER LA PACE ANCORA DETENUTA. ORA ANCHE LA CINA CONDANNA IL GOLPE


di Alessandro Ursic



ROMA. Un'altra accusa farsa contro Suu Kyi ancora detenuta e ora a processo, la costante minaccia del giro di vite contro i manifestanti, mentre le proteste contro il golpe vanno avanti e le promesse di elezioni a parte della giunta non placano la rabbia della popolazione. A due settimane dal colpo di stato, la Birmania è ancora sospesa in un limbo di instabilità. Una situazione che scontenta anche la Cina, che finora non si era unita al coro di condanne contro l'intervento dei militari. Il premio Nobel per la pace, arrestata il 1 febbraio e "in buone condizioni di salute" per il suo avvocato, è comparsa nella prima udienza contro di lei, in una teleconferenza organizzata dai militari con poco preavviso. Oltre al reato di importazione illegale di sei walkietalkie, la "Signora" - come il presidente Win Myint - dovrà ora rispondere anche dell'accusa di aver violato la legge sulle catastrofi naturali, non rispettando le restrizioni anti-coronavirus in campagna elettorale. Se condannata, rischia fino a tre anni di reclusione per ciascun capo di imputazione. La prossima udienza è prevista per il primo marzo. Nel frattempo, i militari hanno ribadito l'obiettivo di "andare al voto e consegnare il potere nelle mani del partito vincitore", una dichiarazione d'intenti che non chiarisce le intenzioni della giunta. Se si andasse al voto con l'attuale sistema maggioritario secco, la "Lega nazionale per la democrazia" trionferebbe ancora, come nel 2015 e lo scorso novembre. Ma per mandare il partito dei militari al governo, in coalizione col 25 percento di seggi garantito all'esercito dalla Costituzione, le strade sono due: introdurre un sistema elettorale proporzionale - soluzione ventilata da diversi analisti - o escludere il partito di Suu Kyi con pretesti vari, per esempio una condanna contro la "Signora". Il malcontento contro la presa del potere dei militari resta alto. A sud di Yangon, manifestanti hanno bloccato un tratto di ferrovia verso il porto. Da giorni il Paese è sull'orlo dello sciopero generale, con diverse categorie professionali che già incrociano le braccia. Per la seconda notte consecutiva, Internet è stato bloccato dalla giunta, nel chiaro tentativo di limitare le comunicazioni per organizzare le proteste. In molti temono che siano le prove generali di una repressione violenta. Dopo aver chiaramente sottovalutato la reazione popolare, il generale golpista Min Aung Hlaing è probabilmente indeciso su come precedere. Schiacciare le proteste nel sangue, specie ora con le immagini dei social media, lo renderebbe un paria internazionale. La Cina, che ha enormi interessi energetici e geopolitici nel Paese, ha segnalato il proprio malcontento lamentandosi di non essere stata informata in anticipo del golpe. Usa e Ue attendono, evocando la minaccia di sanzioni. Con i progressi democratici dell'ultimo decennio ormai azzerati, non sembrano esserci opzioni ideali per uscire dall'impasse.