Nuovo sopralluogo a Stresa

IL MISTERO DELLA FUNE. IL CONSULENTE PM NELLA ZONA DELLA TRAGEDIA, SEQUESTRATA LA SCATOLA NERA



di Francesca Brunati

STRESA (Verbania). A vederlo per terratra i sentieri e i boschi che si inerpicano sulla montagna, si fatica a capire come facesse a sopportare tutto quel peso. Ma il vero dubbio, ora che non deve reggere più nulla, è come abbia fatto a rompersi. E’ la fune trainante della funivia del Mottarone l’oggetto delle attenzioni degli inquirenti che indagano sulla cabina precipitata. In attesa di esaminare con attenzione la ‘scatola nera’ dell’impianto, sequestrata con tutto il resto, i carabinieri sono tornati sul luogo della tragedia con il professor Giorgio Chiandussi. L’insegnante di Ingegneria meccanica e aerospaziale al Politecnico di Torino è il consulente della Procura incaricato di far luce sui misteri che ancora avvolgono la morte di quattordici persone. Zaino in spalla e scarpe pesanti, Chiandussi è salito nel luogo dell’incidente. Ha guardato da vicino la fune, “l’oggetto del nostro quesito”, precisa il capitano Luca Geminale, comandante della Compagnia dei carabinieri di Stresa che coordina sul campo le attività investigative sull’incidente. E ha fatto scoprire una parte della cabina precipitata, “quella dell’attacco dei cavi”. Tra le varie ipotesi c’è anche quella per cui il cavo si è sfilacciato a causa dei ‘forchettoni’ inseriti per non far azionare il freno d’emergenza. Il perito si è anche recato nelle stazioni della funivia: quelle di partenza e arrivo e quella intermedia. Perché se è vero che resta da capire come si è spezzata la fune, dovrà comunque analizzare “tutte le componenti interessate dall’incidente”. “Dobbiamo valutare tutti i dettagli che offre la scena e capire il punto esatto dell’incidente e la causa scatenante la rottura del cavo”, ribadisce il capitano Geminale. L’erba sotto i piedi e il cinguettio degli uccelli regalano tutt’intorno il quadro della primavera, la vetta del Mottarone che guarda il Lago Maggiore ai suoi piedi. Un paradiso che domenica, poco dopo mezzogiorno, si è trasformato nel luogo di una delle più gravi tragedie nei trasporti a fune che si ricordi. Nel pomeriggio il procuratore Olimpia Bossi e il pm Laura Carrera hanno trasmesso al gip Donatella Banci Buonamici, che è anche il presidente dell’ufficio, la richiesta di convalida del fermo di Luigi Nerini, Enrico Perocchio e Gabriele Tadini. Il giudice ha fissato gli interrogatori sabato mattina, per poi decidere se accogliere o meno l’istanza. Con il quadro che già è emerso dal provvedimento di fermo l’esito appare scontato. Il difensore del gestore della funivia, l’avvocato Pasquale Pantano, dopo avergli fatto visita in carcere, ha affermato che il “pensiero del suo assistito è per le vittime, ci stiamo già occupando dei risarcimenti”. Sempre sul fronte delle indagini, gli inquirenti stanno anche valutando la posizione della squadra di operai addetti all’impianto che avrebbero messo in atto la scelta “scellerata”, è la definizione dei magistrati, per bypassare la anomalia al sistema frenante emersa dal 26 aprile scorso e che aveva portato a degli interventi “volanti”. Bisognerà capire se fossero o meno consapevoli delle conseguenze che poteva avere l’attivazione dei forchettoni sulla sicurezza e l’incolumità dei passeggeri. C’è attesa infine per l’accertamento irripetibile che verrà disposto nell’ambito della consulenza tecnica della Procura. Questo, a seconda del quadro che verrà a galla dalle analisi dell’ingegnere del Politecnico, potrebbe preludere a nuove iscrizioni nel registro degli indagati, come per esempio di chi ha avuto il compito di effettuare la manutenzione e la revisione (ci sono una serie di società) dell’impianto e della cabina di cui ora rimangono le lamiere accartocciate come simbolo di una tragedia che, come raccontano i primi accertamenti, si poteva evitare se non si fosse deciso di “eludere gli indispensabili sistemi di sicurezza per ragioni di carattere economico”.

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