Ora la pandemia vira al sud

Boom di casi in Brasile, mentre Bolsonaro continua a negare



di Luca Mirone

ROMA. La pandemia di coronavirus continua a galoppare, come dimostra l’inquietante numero tondo di vittime negli Stati Uniti, quasi centomila. La novità è che sta prendendo un’altra direzione, virando a sud del mondo, con una crescita record del Brasile che fa dell’America Latina il nuovo epicentro. Sale la febbre anche in Africa mentre in Cina, dove tutto è cominciato, per la prima volta si registrano zero nuovi infettati. L’Europa, in via di lenta guarigione, ha comunque sfondato il tetto dei 2 milioni di contagi sui 5,2 a livello globale. Il Brasile contende alla Russia il secondo posto per il più alto numero di contagi, ma ad allarmare è la velocità di propagazione del Covid: oltre 20mila nuovi casi e mille morti in un giorno, 330.000 malati e 21mila vittime. A dispetto del sostanziale negazionismo del suo leader Bolsonaro, il paese è il battistrada dell’America Latina, che con 670mila contagi e 37mila morti è stata definita dall’Oms il nuovo epicentro della pandemia. Si guarda con attenzione anche all’Africa, che ha superato i centomila contagi. Anche se, rileva l’Oms, nel continente il virus “sembra aver preso una strada diversa”, con numeri ancora contenuti rispetto agli 1,3 miliardi di persone. Probabilmente grazie anche all’età media, molto giovane. E tuttavia, avverte l’organismo Onu, i tassi dei test rimangono bassi rispetto ad altre aree, quindi c’è il rischio che le cifre siano sottostimate. L’Europa ha superato la soglia dei 2 milioni di contagiati ma pian piano riprende a respirare. A parte la Russia, dove l’epidemia corre a ritmi da 10mila nuovi casi al giorno, negli altri paesi l’arretramento del Covid sta permettendo un progres- sivo ritorno alla normalità. “Il peggio è passato”, ha detto il premier spagnolo Pedro Sanchez, che riaprirà ai turisti stranieri dal primo luglio e l’8 giugno farà ripartire il campionato di calcio, tra i più seguiti del mondo. Anche in Italia si guarda con fiducia ai numeri in questa prima settimana di apertura pressoché totale ed in Francia sono riprese le funzioni religiose, pur con mascherine e distanziamento. Segnali incoraggianti arrivano dai paesi più poveri e sulla carta vulnerabili come Grecia, Albania, Romania e Bulgaria, dove si registrano tassi di mortalità tra i più bassi. Forse perché hanno chiuso tutto molto presto per non mettere in crisi i loro fragili sistemi sanitari. In Gran Bretagna invece le maglie restano strette, dall’alto dei quasi 37mila morti (peggio solo gli Usa), ed i turisti dovranno mettersi in quarantena per visitare l’isola. Il premier Boris Johnson è ancora più sotto pressione per il suo braccio destro, Dominic Cummings, sorpreso a violare l’isolamento per recarsi fuori Londra, nonostante i sintomi dell’infezione. L’allerta nel Vecchio Continente resta comunque alta dappertutto, per i timori di seconde ondate, se si guarda ad esempio alle oltre 40 persone contagiate dopo una messa a Francoforte 2 settimane fa, poco dopo la riapertura della chiese. Nel resto del mondo sono emblematici gli zero nuovi casi registrati in Cina, primo focolaio della pandemia: un “importante traguardo strategico” celebrato da governo, anche se questo dato non tiene conto nei nuovi asintomatici. Al contrario gli Stati Uniti, che da settimane sono il paese più malato del mondo, si avvicinano ai centomila morti, e secondo gli esperti il numero è sottostimato. Per la Casa Bianca, invece, sono cifre gonfiate da decessi provocati da altre cause. Nulla di nuovo per Donald Trump, che cavalca la voglia di riapertura degli americani. E che è tornato a calcare i campi da golf per segnalare un ritorno alle normalità.

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