Parole per una reale parità


VIOLENZA SULLE DONNE/MANIFESTO DI VENEZIA PER L’INFORMAZIONE CORRETTA


VENEZIA. Giornalisti e giornaliste hanno “la responsabilità dell’esempio, dell’uso delle parole, dei titoli”, della verifica continua “di quanto c’è in rete”, in epoca di fake news e di una realtà che necessita di regole, quando si affronta un tema come la violenza sulle donne. Da questo, dalla volontà di dare un contributo a una crescita sociale e culturale, di stabilire un “punto di partenza per sviluppa- re un percorso di presa di coscienza e di assunzione di responsabilità”, nasce il Manifesto di Venezia, promosso dalla Commissione pari opportunità della Federazione nazionale della stampa, dall’Usigrai, dal sindacato giornalisti Veneto e da Giulia Giornaliste.

Il Manifesto, già sottoscritto da oltre 700 giornaliste e giornalisti - tra cui Ida Colucci (direttrice Tg2), Luigi Contu (ANSA), Andrea Montanari (direttore Tg1), Andrea Monti (direttore Gazzetta dello Sport), Riccardo Ia- cona - e presentato ieri nella città che diede i natali alla prima donna laureata al mondo, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, in filosofia a Padova nel 1678, vuole essere un impegno a dare “una informazione at- tenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali e giuridiche”.

Articolato in dieci punti, il “Manifesto” è un invito a liberare “le parole dalla violenza”, è “contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini”, perché lo stesso uso di un linguaggio che evita stereotipi di genere e assicura “massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate” può dare un contributo “a una partita di civiltà”, come ha sintetizzato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna.

“Spetta a ciascuno di noi - ha detto Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi - reagire al linguaggio della violenza. Il ‘Manifesto’ è uno strumento utile alla riflessione, alla crescita culturale”.

Nell’attività quotidiana, un aiuto da parte degli operatori dell’informazione al raggiungimento di “una reale parità” può passare anche attraverso la messa in risalto delle storie positive “di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla

violenza e dare parola anche a chi opera a loro sostegno” o dall’”evitare ogni forma di sfruttamento a fini ‘commerciali’ (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle donne”; ma anche dal non utilizzo di immagini e segni che riducono la donna “a mero richiamo sessuale”, alla necessità, invece, di usare nella sua pienezza il termine “femminicidio” o all’invito al non cadere “in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui” che poco hanno a che fare con il diritto di cronaca.