Pechino punta sui tagli fiscali

CINA/NEL 2019 LA CRESCITA SARÀ DEL 6,5%, MAI COSÌ BASSA DA 30 ANNI


di Antonio Fatiguso

PECHINO. Frena il Pil cinese e di fronte ad un’economia in affanno Pechino cam- bia ricetta: invece degli investimenti a pioggia del governo, si punta sul taglio delle tasse, sul sostegno all’occupazione, su investimenti infrastrutturali delle amministrazioni locali e su un pacchetto di riforme nel bel mezzo del contenzioso commerciale con gli Stati Uniti e delle lamentele Ue sull’accesso ai mercati. Illustrando il “rapporto sul lavoro del governo”, il premier Li Keqiang, in avvio della sessione parlamentare annuale del Congresso nazionale del popolo, ha ammesso davanti ai quasi 3.000 delegati riuniti nella Grande sala del popolo che gli scenari che il Dragone ha davanti nel 2019 non sono affatto semplici. Sono le premesse alle quali fa seguire i numeri: dopo un 2018 in crescita del 6,6%, al passo più lento degli ultimi 28 anni, l’anno in corso vedrà un aumento del Pil del 6-6,5%, per la prima volta in un’ampia forchetta a testimoniare incertezze e variabili. Mentre il budget militare sale nel 2019 del 7,5% (era a +8,1% del 2018) a 175 miliardi di dollari, secondo il ministero delle Finanze. Lo sforzo è assicurare la stabilità, con un programma orientato alla crescita per compensare le spinte al ribasso, ha precisato Li asciugandosi più volte la fronte, sfilandosi anche gli occhiali con gesto inusuale per il rigido protocollo emotivo della leadership: il rapporto deficit/Pil sale al 2,8% (lo 0,2% in più), l’inflazione è al 3% circa e i nuovi posti di lavoro sono 11 milioni (13,6 milioni del 2018). Ci sono il taglio monstre delle tasse da quasi 300 miliardi di dollari (tra meno Iva, contributi pensioni e limatura di altre voci); il sostegno al lavoro (“è la priorità”) con incentivi alle imprese che si faranno carico dei disoccupati “strutturali”, gli stimoli all’economia dalle amministrazioni locali che potranno emettere debito per finanziare infrastrutture da 320 miliardi (+59% sul 2018). Li parla di meno burocrazia per le imprese e di un modello di concorrenza “neutrale” non solo tra aziende private e di Stato, ma anche con quelle straniere attive in Cina. “Saranno tutte trattate allo stesso modo”, ha assicurato il premier che, a differenza degli ultimi due anni, non ha citato il ‘made in China 2025’ (l’ambizioso piano per la leadership in settori strategici hi-tech contestato da Washington), ma ha menzionato gli sforzi per “l’innovazione tecnologica” e la “crescita di qualità”. Ribadita poi la promessa di “promuovere i negoziati commerciali tra Cina e Usa”, senza però dettagli sul loro stato che secondo il Wsj sarebbero alle battute finali. Il summit tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping è previsto per il 27 marzo a Mar-a-Lago. Per le imprese straniere il Congresso si appresta inoltre a varare la legge di tutela della pro- prietà intellettuale e contro gli abusi del governo centrale, tra le misure in risposta ai malumori Usa. La Camera di commercio Ue in Cina ha accolto con prudenza il pacchetto di riforme, augurandosi - in una nota - l’applicazione rapida per l’apertura dei mercati e il “trattamento equo”. Gli scenari tracciati da Li sono ruvidi e non lasciano spazi all’immaginazione: anche per questo l’applauso più convinto lo ha strappato alla platea quando ha annunciato il taglio di oltre il 20% delle tariffe ai servizi internet sulla telefonia cellulare.

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