Pier Silvio volle frodare il fisco



MILANO. Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri si sarebbero sottratti "consapevolmente dall'esercitare i poteri-doveri di controllo (e gestione) attribuiti dalla legge al ruolo rivestito", rispettivamente di vicepresidente e presidente di Mediaset, "non solo accettando il rischio" ma "persino apertamente" perse-

guendo "l'effetto, univoco e fisiologico, dell'evasione fiscale".

E questa "è l'unica chiave di lettura possibile delle loro condotte". E' così che la seconda sezione penale della Corte d'Ap- pello di Milano spiega le ragioni per cui ha deciso, lo scorso 17 marzo, di condannare il figlio dell'ex premier e il 'numero uno' del gruppo a un anno 2 mesi per frode fiscale nel cosiddetto 'caso Mediatrade', ribaltando per loro la sentenza di assoluzione di

primo grado, confermata invece per gli altri sei imputati: il produttore statunitense Frank Agrama, gli ex manager Gabrielle Ballabio, Daniele Lorenzano e Giovanni Stabilini e le due cittadine di Hong Kong, per il Tribunale in primo grado Berlusconi jr e Confalonieri erano "estranei" a quel sistema "fraudolento" creato nella compravendita dei diritti tv e il solo fatto che il vicepresidente di Mediaset sia "il figlio di Silvio Berlusconi", condannato in via definitiva nel 2013 a 4 anni per il caso Mediaset, non prova affatto che lui sapesse come andavano le cose, del tutto diversa è la lettura della Corte (Marco Maiga presidente e a latere Laura Cairati e Alberto Puccinelli).

Negli atti del processo, scaturito dall'inchiesta dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, infatti, si legge nelle motivazioni depositate ieri, figurano "chiarissime attestazioni, come è ovvio, di diretto e rilevante impegno sul fronte delle facoltà di acquisto di diritti televisivi" da parte dei due imputati, i quali, in ogni caso, hanno "nella sostanza 'ereditato' gli effetti di un meccanismo fraudolento che non hanno concorso ad instaurare", ma che hanno avallato.

Quel presunto sistema fatto "di costi fittizi da opporre al fisco italiano, oltre alla costituzione di fondi all'estero", già 'fotografato' dalla sentenza sull'affaire Mediaset (Berlusconi, invece, era stato prosciolto in udienza preliminare per la vicenda Mediatrade), tra l'altro, è proseguito "almeno fino al 2005" e i suoi effetti si sono riverberati negli anni successivi, dopo la nomina di Fedele Confalonieri a presidente del gruppo.

Lui che, poi, scrive la Corte, avrebbe svolto la carica "senza ingerenze partico- lari da parte" dell'ex premier "nel frattempo nuovamente assorbito dal fronte dell'im- pegno pubblico e politico". In questo contesto per la Corte "è del tutto plausibile ipotizzare un rapporto sinergico tra Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi nelle loro rispettive vesti". Nel frattempo, i legali di Pier Silvio, gli avvocati Niccolò Ghedini e Filippo Dinacci, hanno già annunciato ricor-

so in Cassazione facendo presente che la motivazione della condanna "è connotata da evidenti e conclamate illogicità e contraddizioni in fatto e in diritto, nonché in palese contrasto con la consolidata e costante giurisprudenza di legittimità ed europea". Una decisione che, spiegano, "sarà certamente annullata dalla Corte di Cassazione".

Sul procedimento, tra l'altro, incombe la prescrizione che dovrebbe scattare nei prossimi mesi, anche se, stando a quanto aveva spiegato la stessa difesa di Pier Silvio Berlusconi, la 'tagliola' potrebbe essere già scattata. Già i giudici d'appello, oltre a condannare, con sospensione condizionale, non menzione della pena e attenuanti generiche, Berlusconi jr e Confalonieri "limitatamente" all'anno di imposta 2007, hanno dichiarato il non doversi procedere per prescrizione per il 2006 e l'assoluzione per il 2008 "perché il fatto non è più previsto come reato".


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