Premiato il premier etiope

ABIY AHMED È L’ARTEFICE DELL’ACCORDO CON L’ERITREA DOPO 50 ANNI DI GUERRE

di Alberto Zanconato


IL CAIRO. Un giovane leader africano che incarna le speranze per la fine dei conflitti e lo sviluppo di tutto il continente. Queste le motivazioni che hanno indotto il Comitato di Oslo ad assegnare il Nobel per la Pace al 43enne premier etiope Abiy Ahmed. Per la sua “decisa iniziativa” che ha portato a firmare lo scorso anno l’accordo con l’Eritrea dopo oltre 50 anni di guerre. Ma anche per i suoi sforzi volti alla “cooperazione internazionale”, compresi i ten- tativi di mediazione nei conflitti in Sudan e Sud Sudan. Contro le previsioni e gli auspici dei molti che puntavano sulla candidatura della giovanissima attivista ambientalista Greta Thunberg, il riconoscimento e i nove milioni di corone svedesi (circa 830.000 euro) vanno a premiare un leader che si impegna concretamente, anche a rischio della vita, per cercare di portare la pace in una realtà complicata come quella africana segnata da mille problemi, odii interetnici e contraddizioni che ostacolano il progresso verso il benessere. Tanti nodi che rimangono da sciogliere, come ha ammesso lo stesso Abiy: “Questa - ha detto - è una grande notizia per l’Africa, per l’Africa orientale, dove la pace è una merce molto costosa. E sono sicuro che ci darà la forza per lavorare in direzione della pace”. Nonostante i toni trionfalistici che nel settembre dell’anno scorso salutarono l’accordo sponsorizzato dall’Arabia Saudita e firmato a Gedda, le tensioni con l’Eritrea sono però lungi dall’essere definitivamente placate. I valichi sui mille chilometri di confine, riaperti dopo l’accordo, sono stati nuovamente chiusi, mancano ancora intese per lo sviluppo dei rapporti commerciali e l’Etiopia, che non ha uno sbocco al mare, rimane senza alcun accesso ai porti eritrei sul Mar Rosso. La stessa Eritrea è ancora un Paese chiuso al mondo, dove i giovani sono costretti ad un servizio militare che dura praticamente per tutta la vita. Ma la giuria del Nobel ha voluto rico- noscere anche l’impegno profuso dal presidente eritreo Isaias Afwerki per giungere all’accordo del 2018 che, con tutti i suoi limiti, ha comunque posto ufficialmente fine ad un conflitto trentennale (1961-1991) per l’indipendenza dell’Eritrea e poi ad una guerra di due anni (1998-2000) che ha provocato altri 90.000 morti. Il Nobel ad Abiy è dunque anche un incoraggiamento per continuare ad impegnarsi nella soluzione dei molti problemi che rimangono. A cominciare dalla repressione e dalle violenze interne in un Paese segnato da conflitti tra molte etnie, tra cui le maggioritarie sono quella degli Oromo - a cui appartiene il primo ministro - e degli Amara. Amnesty International ha riconosciuto i progressi fatti da Abiy, ma avverte che “il suo lavoro è lontano dall’essere concluso” e aggiunge che il Nobel dovrebbe “spingerlo e motivarlo” a risolvere i problemi dei diritti umani, che altrimenti “minacciano di disperdere quanto ottenuto finora”. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha comunque ricono- sciuto che quello di Abiy è “un meraviglioso esempio” per l’Africa e il mondo intero. Mentre in un messaggio di congratulazioni il presidente Sergio Mattarella sottolinea che “in Italia si guarda con grande ammirazione e profondo interesse alla svolta” che il premier etiope “ha impresso alle dinamiche regionali”. “L’Italia - assicura il premier Giuseppe Conte rivolgendosi al suo omologo etiope - è e sarà al suo fianco”. Congratulazioni calorose vengono a sorpresa anche dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, nonostante le forti tensioni tra i due Paesi per lo sfruttamento della acque del Nilo, con la costruzione in corso in Etiopia di una gigantesca diga ad opera del gruppo italiano Salini Impregilo: “Spero - afferma Sisi - che continuino i nostri sforzi costruttivi per mettere fine a tutti i conflitti e ai disaccordi nel continente africano”.

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