“Quel palazzo non è mio”

PUTIN REPLICA A NAVALNY IN UN INCONTRO CON STUDENTI ASSICURANDO DI NON SAPERNE NULLA


di Mattia Bernardo Bagnoli



MOSCA. La Russia sta cercando di adattarsi alla ‘nuova normalità’ erede del fine settimana di proteste più intenso dal 2011 a oggi. Con un occhio al fronte interno e uno a quello esterno, stigmatizzando come “interferenze” ogni possibile sostegno a Navalny e soci. Da un lato l’Ue, che sta valutando un altro giro di sanzioni contro Mosca, per quanto al momento non si sia approdati “a nulla di concreto”, e dall’altro gli Usa di Biden, accusati a vario titolo di tifare un po’ troppo. Putin in persona, poi, è intervenuto sul suo presunto palazzo da mille e una notte, assicurando di non saperne nulla. Il che fa capire quanto abbia colpito a fondo il video di Navalny. “Non è mio né di un mio parente stretto”, ha detto lo zar nel corso di un incontro in remoto con degli studenti. “Questa informazione circolava già da oltre 10 anni e adesso si è presentata l’occasione giusta: hanno raccolto tutto e con questo materiale hanno deciso di fare un lavaggio del cervello ai nostri cittadini”, ha aggiunto Putin bollando come “illegali e controproducenti” le proteste organizzate dal Fondo Anti-Corruzione, finanche evocando l’assalto di Capitol Hill. “E cosa fanno in America? Li arrestano per terrorismo interno”. Come dire, i tremila fermi (un record) effettuati in Russia non possono essere trattati in modo diverso. Dal canto suo, Leonid Volkov, fedelissimo di Navalny, ha già rincarato la dose, incitando di nuovo i russi a scendere in piazza domenica prossima, 31 gennaio, al grido di “giustizia e libertà, per tutti e non solo per Alexey”. Dunque sarà un altro weekend di passione, cartina di tornasole per capire se la Russia si sta ‘bielorussizzando’. La settimana prossima sarà d’altra parte intensa, con l’udienza sulla possibile condanna a oltre tre anni per Navalny prevista per il 2 febbraio e, subito dopo, l’arrivo a Mosca dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell (4-6 febbraio, vedrà il suo omologo russo Lavrov il 5, proprio nel giorno in cui Navalny subirà un altro processo per diffamazione). L’altro corno del mondo di fuori sono gli Stati Uniti, con l’ambasciata accusata di aver pubblicato dei post a favore delle manifestazioni - Mosca ha detto di aver protestato “con forza” con il capo missione John Sullivan - e i big del tech Usa finiti nel mirino. “Abbiamo preso nota delle attività su larga scala dei giganti del web Usa: le reti di social media e le piattaforme di hosting video hanno diffuso fake news”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, promettendo una “risposta” al riguardo. Ecco, la risposta, per ora, la si vede sul fronte interno, con una bella raffica di convalide d’arresto per chi ha preso parte alle proteste, multe ai luogotenenti di Navalny nelle regioni e, a quanto pare, una bella operazione ibrida sul social dei giovanissimi, TikTok. Dove, stando a Boris Kantorovich di Avtorskie Media, società che vende pubblicità nei blog, una non meglio precisata “compa- gnia pubblica” starebbe commissionando video agli influencer con almeno 10mila follower per screditare le proteste e chi vi prende parte.

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