Renzi evoca il governo tecnico


REFERENDUM/IL PREMIER SPINGE LE RAGIONI DEL SÌ RICORDANDO IL FALLIMENTO DI MONT


ROMA. L’editoriale dell’Economist offre una nuova freccia all’arco di Matteo Renzi per spingere le ragioni del sì a nove giorni dal referendum: lo spettro di un nuovo governo tecnico “dopo che l’ultimo, quello di Monti, ha alzato le tasse e realizzato un pil al -2,3%”. Un’ipotesi alla quale il premier si dice ancora una volta non disponibile: “Se dobbiamo tornare alle liturgie del passato, alla logica della palude e delle sabbie mobili, tanti sono più bravi di me”, rincara chiarendo a Silvio Berlusconi, pronto ad un tavolo con lui sulla legge elettorale in caso di vittoria del No, che ci troverà “Grillo o D’Alema” ma non lui. Il premier non ci sta allo schieramento del quotidiano economico inglese, sia pure ieri mitigato da un altro articolo di tenore diverso nel compendio annuale dell’ Economist. E in un’altra giornata frenetica, divisa tra una riunione alla Protezione Civile di Torino, il patto per la Lombardia e tre comizi in Veneto, Renzi si spinge oltre la difesa della riforma istituzionale. Dipingendo i due scenari: in caso di vittoria del Sì e in caso di vittoria dei No. Se avrà la meglio al referendum, spiega il premier, “dobbiamo aprire una grande stagione di cambiamento in Ue perchè se vinciamo, in Ue saremo il governo più stabile mentre Germania e Francia hanno le elezioni”. Per avere “una forte strategia europea” serve “un governo con solidità e stabilità”, non certo “un governo tecnico che dice ‘ce lo chiede l’Ue’ e non fa l’inte- resse dell’Italia ma di altri”. Al fianco della battaglia per una nuova Ue, il capo del governo promette per il 2017 “un grande cantiere di riduzione delle tasse”, dove con il coinvolgimento delle parti sociali, assicura, il governo deciderà se abbassare l’Irpef, come Renzi preferisce, o l’Iva. Tutt’altro scenario, invece, aspetta, secondo Renzi, l’Italia se vince il No: un governo tecnico, il ritorno a vecchi riti del passato con est nuanti trattative tra i partiti, e soprattutto una sudditanza verso l’Ue che imporrà all’Italia che cosa fare. Fumo negli occhi per Renzi che si spinge a descrivere il suo addio a Palazzo Chigi: “Ho 41 anni, ho fatto il premier, non ho più bisogno di aggiungere una riga al curriculum vitae. Quando toccherà, uno si gira, si inchina alla bandiera e sorride, non mette il broncio. Passerò la campanella con un sorriso ed un abbraccio a chiunque sia”, racconta alludendo al teso passaggio del testimone con Enrico Letta. E contrario ad un esecutivo tecnico è anche il tecnico per eccellenza del governo: Pier Carlo Padoan. “Sono in totale disaccordo con l’Economist, serve un governo politico che continui a fare le riforme, cioè questo governo”, afferma il ministro dell’Economia che non crede ci sarà un nuovo governo, per il quale i rumors lo accreditano come uno dei possibili candidati premier. In un tentativo di mitigare gli allarmi, la stabilità del governo per Renzi ha soprattutto un valore politico, allontanando il rischio speculazioni sui mercati in caso di vittoria del No in una nuova giornata di impennata dello spread che prima supera i 190 punti per poi chiudere a 185.“Più che i mercati finanziari mi interessano i mercati rionali, i mercati finanziari cascano sempre in piedi”, sostiene il premier. E la stessa rassicurazione arriva da Padoan che esclude il rischio di attacchi speculativi ed una crisi simile a quella della fine del governo Berlusconi perchè “i fondamentali sono migliorati, l’economia cresce, c’è più occupazione, il debito e la finanza pubblica sono sotto controllo ed anche il sistema bancario sta uscendo da una fase difficile e si sta raf- forzando


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