Renzi resta sul no al M5S



GOVERNO/ANCORA SCETTICO SULLA TRATTATIVA, MA INTANTO PRENDE TEMPO

ROMA. Aprire o no il confronto con i Cinque stelle e non una scelta governo sì o no. Sull’ordine del giorno della direzione del Pd Maurizio Martina e Matteo Renzi trovano il primo punto di intesa, dopo giorni assai burrascosi. L’ex segretario resta convinto che non ci siano margini per un governo con Luigi Di Maio e i Dem a lui più vicini esprimono la sua irritazione per aver sentito Roberto Fico dire al Quirinale che un dialogo è aperto. Ma i governisti Dem sperano di convincerlo alla fine a sedersi al tavolo. E l’ex premier per ora prende tempo, spostando la data della direzione più in là di quanto avrebbe voluto Martina, al 3 maggio. Non solo il sospetto del Pd - smentito ufficialmente dal M5s ma non da alcuni deputati pentastellati - è che il forno con la Lega si riaccenda. Ma lo scorrere dei giorni serve anche a chiudere la finestra del 9 maggio, l’ultima utile per il voto a giugno, uno spauracchio che può pesare sulle scelte dei Dem, peones e non. Martina incontra Andrea Marcucci, Graziano Delrio e Matteo Orfini negli uffici di Delrio a Montecitorio, prima di andare a colloquio con Fico. Ed è lì che si arriva alla mediazione, condivisa al telefono da Renzi, che svelenisce il clima: si riconosce tutti il risultato di aver indotto Di Maio, almeno ufficialmente, a chiudere alla Lega, e ci si accorda sulla data della direzione. Nessuna pressione, assicurano i Dem, da parte del Colle: ci si prende una settimana per il dibattito inter- no e poi il 3 si deciderà se andare a vedere le carte di Di Maio. L’ottimismo di- chiarato da Fico al Colle, concordano anche i più moderati, è eccessivo. “Abbiamo dialogato tramite esploratore, come da correttezza istituzionale, ma decide la direzione se faremo il confronto”, commenta Graziano Delrio. E i “pasdaran” del “no” tengono alta la guardia: i renziani sono pronti alla conta in direzione e si riservano, se servirà, di far emergere quel “no” anche nella discussione dei senatori, convocati il 2 maggio in assemblea con altro ordine del giorno. In extremis, si sbilancia un dirigente renziano, l’ex premier potrebbe anche dare l’ok al tavolo con il M5s. A patto però che il confronto parta dai 100 punti elettorali del Pd “e non dai tre indicati da Martina al Quirinale”. Se il ta- volo portasse a un accordo, poi - dicono fonti martiniane - si potrebbe decidere di ratificarlo in assemblea nazionale o con un referendum tra gli iscritti. Ma per ora è “fantascienza”, secondo i renziani. Di Maio pensa in realtà, rilanciando temi cari al Movimento, innanzitutto a tranquillizzare i parlamentari M5s e la base in subbuglio sul dialogo col Pd. Mette perciò sullo sfondo anche il tema della sua premiership. E intanto lascia i pontieri al lavoro. Si segnalano in effetti contatti con renziani moderati come Ettore Rosato e Lorenzo Guerini. Ma non con Renzi: Di Maio parla con Martina. Se il reggente (che si gioca anche il suo ruolo nel partito) fallirà l’impresa di convincere l’ex leader, per il M5s resterebbe la possibilità di rispolverare, ma non prima del 3 maggio, il dialogo con Matteo Salvini. Ma il leader della Lega non sembra mollare il centrodestra. E allora resterebbe, dice il M5s, solo il voto.


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