Rispunta lo spettro del voto



ROMA. Per la seconda volta in una settima- na un decreto del Governo non viene votato da uno dei partiti della maggioranza, con la tensione che sale, tanto da far evocare le urne anticipate a ottobre. Uno scenario che l'as- senza di una legge elettorale omogenea per Camera e Senato allontana, ma che diverrebbe realistico se essa fosse approvata. Questo spiega il movimentismo di Matteo Renzi che però si scontra con l'impasse in Commissione affari costituzionali della Camera, dove il fronte proporzionalista anti-Mattarellum ha segnato ieri un punto a suo favore, mostrandosi però diviso sul resto. In mattinata è stato approvato in via definitiva alla Camera il decreto immigrazione, sul quale però Mdp ha negato il proprio voto. Appena sette giorni fa erano stati i Civici e Innovatori a non votare il decreto sui voucher.

Un "uno-due" che non è passato inosservato nella nervosa riunione dei senatori del Pd timorosi di doversi fare carico delle scelte più delicate del governo - a cominciare dalla manovrina e dalla Finanziaria da 19 miliardi - consentendo agli altri partiti di smarcarsi sui provvedimenti meno popolari.

E' in questo contesto che il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento, Luciano Pizzetti - uomo vicino al ministro Martina e quindi a Renzi - ha detto che sarebbe stato meglio votare dopo il referendum del 4 dicembre e che comunque per le urne c'è una finestra a ottobre, anche per evitare il "tana libera tutti" sulla Finanziaria. Giorgio Tonini,anch'egli renziano, e presidente della Commissione Bilancio, ha invece sottolineato il rischio che con le urne a ottobre si finisca con l'esercizio provvisorio, e alla fine il capogruppo Luigi Zanda ha assicurato che il gruppo vuole concludere la legislatura. Ma tutto il gruppo si è detto preoccupato di "riempire di contenuti" gli 11 mesi che mancano alla scadenza naturale della legislatura, per non farsi logorare anche da M5s. Ciò che impedisce, in caso di incidente parlamentare, di sciogliere le Camere in anticipo è l'assenza di una legge elettorale che assicuri un risultato omogeneo nelle due Camere. Ma se questa ci fosse il presidente Mattarella si troverebbe in difficoltà a far pro- seguire una legislatura agonizzante. Ma è anche vero che il rischio di possibili urne anticipate potrebbe avere l'effetto contrario, evitando azioni corsare contro il governo da parte dei gruppi minori, si ragiona in casa Dem. In quest'ottica va letto il movimentismo sulla legge elettorale di Renzi, in prospettiva di una sua rielezione a segretario. Ieri in Commissione Affari costituzionali della Camera vari partiti si sono schierati per il proporzionale e a favore dell'eliminazione dei capilista bloccati: lo hanno fatto M5s, Mdp e Lega, oltre che i partiti minori che sostengono il governo per i quali ha parlato Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto. Ma sul resto sono divisi: c'è chi vuole le preferenze e chi i collegi uninominali; chi abbassare la soglia dello sbarramento del Senato e chi no; c'è chi vuole il premio alla coalizione e chi alla lista. Difficile pensare quindi un compattamento su un testo. "Ci facciano una proposta e noi la votiamo", li ha sfidati Renzi. Se si dovesse finire nel nulla di fatto, gli sherpa di Renzi sono al lavoro per lanciare a maggio - dopo le primarie - una iniziativa politica con una proposta che costringa i partiti che hanno detto di no al Mattarellum di appoggiare la nuova proposta.


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