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Sanders alla prova California



WASHINGTON.Sognando la California, il candidato per la nomination democratica BernieSanders lancia l’ultima sfida alla frontrunner Hillary Clinton e insiste: la partita non è affatto chiusa e la convention democratica “sarà una convention aperta”.

“Hillary Clinton - ha affermato il senatore del Vermont risoluto a portare la sua corsa fino in fondo, ovvero alla convention democratica di Filadelfia a fine luglio - non avrà il numero richiesto di delegati per ottenere la nomination a conclusione del processo (delle primarie ndr) il 14 giugno. Si ritroverà a dipendere dai superdelegati”, ovvero coloro non vincolati a nessuno dei candidati e che potranno quindi fino all’ultimo momento scegliere quale dei contendentiisostenere.

Sanders quei superdelegati li contesta, puntando il dito contro un sistema ingiusto, in cui affonda le sue radici una politica troppo legata al denaro, la stessa contro cui il 74enne contrappone la sua “rivoluzione” con i sorprendenti risultati che lo hanno portato fin qui. E allora non molla.

Non certo alla vigiliate voto in California,domani7giugno,ultima tappa decisiva che può ancora ridisegnare uno scenario che per Sanders - ripete, rivolgendosi anche ai media - è tutt’altro che scontato. Soprattutto se il risultato delle urne darà ragione ai sondaggi, che prevedono un serrato testa a testa tra a ex segretario di Stato e lo sfidante liberale.

In California per democratici sono in palio 546 delegati: la frontrunner non ha ancora raggiunto“il numero magico”per assicurarsi la nomination, ma è in testa con 1.769 delegati, mentre Sanders ne conta 1.501. Da un calcolo della Associated Press inoltre risulta che sarebbero 547 i superdelegati a favore di Hillary e 46 per Sanders.

Ogni voto conta, quindi: le isole vergini sabato che hanno scelto Hillary Clinton e il giudizio di PuertoRico, che va alle urne in queste ore e assegna 60 delegati con sullo sfondo una crisi finanziaria profonda e il rischio di bancarotta su cui entrambi i candidati hanno formulato la propria ricetta.

Hillary Clinton invoca l’unità. Non può fare altrimenti e a Sanders ricorda quello che fece lei nel 2008 quando la sfida era con Barack Obama: si ritirò e “concesse” il suo seguito al rivale (poi eletto presidente che la scelse come sua segretario di Stato). Lo scandisce pacata. Mentre è contro Donald Trump che concentra attacchi duri e interventi energici.

Perfino il suo tributo dopo la morte della leggenda de pugilato Muhammad Ali sembra rivolto al candidato repubblicano:gli Stati Unit sono un Paese “dove la gente può abbattere le barriere, dove può scegliere il suo proprio Dio, dove può scegliersi il nome”, ha sottolineato la ex First Lady ricordando il campione scomparso.

Non è stato da meno neanche Sanders che, parlando dell’esempio di “incredibile coraggio” portato daAli, ha incalzato:“Non ci dite però adesso quanto tornate se poi discriminate i musulmani”.

Il riferimento a Trump - tra i primi a ricordare il pugile dopo la sua scomparsa -è chiarissimo e semplifica con il passare delle ore che vedono crescere la polemica contro il candidato repubblicano adesso convinto che un giudice di fede musulmana potrebbe schierarsi contro di lui in un’aula di tribunale.“Sarebbe possibile”, ha detto in

un’intervista della Cbs, gettando così benzina sul fuoco nella già accesa polemica dopo le sue critiche verso un giudice di origini messicane che, a sua detta, non può essere oggettivo nei suoi confronti, dopo la sua “promessa” di costruire un muro tra gli Usa e il Messico. Una “deduzione” che Trump difende come “di senso comune”


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