Schwazer: giustizia è fatta

Doping/Il marciatore azzurro è stato completamente scagionato dal tribunale di Bolzano «per non aver commesso il fatto». Il Gip: contro di lui falso e diffamazione



di Francesco Grant

ALEX Schwazer non era dopato, e per lui è arrivato il giorno della redenzione. Il marciatore azzurro che vinse l'oro della 50 km a Pechino 2008 e fu squalificato per 8 anni a ridosso di Rio 2016 coltiva ora il sogno estremo di chiudere la carriera alle Olimpiadi di Tokyo; intanto, il suo viaggio all'inferno sportivo dei reietti, andata e ritorno, si chiude con l'ordinanza del gip di Bolzano che archivia le accuse di doping nei suoi confronti e accusa Iaaf e Wada di aver manipolato le provette di urina per farlo risultare positivo. Il giudice parla espressamente di "macchina del fango", chiedendo al pm di indagare su chi incastrò l'azzurro e poi lo diffamò. "Giustizia è fatta, un giorno che mi ripaga di quattro anni e mezzo di battaglie, quattro anni e mezzo per niente facili", esulta il marciatore azzurro, in un audio inviato all'ANSA. Da quel primo gennaio 2016 a oggi, sono stati anni di processi e teorie del complotto. Più che un caso, un vero e proprio 'affaire’, in cui compaiono hacker russi, doping di stato, sospetti. Sullo sfondo di una vicenda personale tormentata, piena di trionfi e cadute. Tutto nasce dalla positività al testosterone in un controllo a sorpresa, quando Alex è fidanzato con Caroline Kostner. Il marciatore c'era cascato già una volta: positivo al doping e squalificato prima di Londra 2012. Poi, per rimettersi in marcia e dire a tutti che quell'errore era il passato, si affida a Sandro Donati, nemico dichiarato del doping. La nuova positività del 2016 è subito bollata dai due accusati come complotto. Il processo sportivo si svolge a Rio, dove Schwazer si allena sulla spiaggia di Copacabana aggrappandosi alle residue speranze, ma la recidiva lo condanna nel modo peggiore: 8 anni, giochi finiti. Da allora comincia una guerra legale: Schwazer e Donati sostengono che le provette esaminate dal laboratorio di Colonia sono state manipolate, accusano Iaaf e Wada, vanno sino al Tas, senza ragioni. Fino all'ordinanza del Gip bolzanino, Walter Pelino. Il suo provvedimento, tra le altre citazioni, rievoca l'affare Dreyfus, il capitano francese accusato di essere una spia della Germania nel 1894, simbolo della creazione di false prove verso un innocente trasformato in colpevole agli occhi di tutti. Le 87 pagine del gip sono una sorta di j'accuse pieno di fatti, riscontri, documenti e durissimi rilievi alla federazione mondiale d'atletica (Iaaf) e all'agenzia mondiale antidoping (Wada). Schwazer "non ha commesso il fatto", ma per le due massime istituzioni sportive il pesante rilievo è quello di "falso ideologico, frode processuale, diffamazione", e su questo il pm è invitato a indagare ulteriormente. Pelino accusa Iaaf e Wada di essere "assolutamente autoreferenziali", un controllore che si controlla da solo, in un sistema in cui "gli atleti sono senza alcuna garanzia" rispetto ai "peggiori intrallazzi", come dimostra il caso dei doping di stato della Russia. E quel che è peggio, anche se manca la "pistola fumante", ci sono prove evidenti della manipolazione. Primo punto, i campioni di urine: non erano anonimi, non erano sigillati, non furono subito consegnati dall'ispettore ma rimasero per diverse ore a Stoccarda, e Colonia mentì sulla quantità (6 ml invece di 18) per sfuggire all'obbligo di consegnare un campione per la perizia, tranne poi tirare fuori una terza provetta spuntata dal nulla e non chiusa. Secondo punto: nelle mail tra il capo dell'antidoping Iaaf, Capdevielle, e il legale della federatletica a Losanna, Wenzel, il primo parla espressamente di "complotto verso A.S. di cui il laboratorio di Colonia è parte", e poco conta per il gip che la Iaaf contesti l'utilizzo della prova, in quanto hackerata da Fancy Bear. C'è poi la questione dell'eccessiva e anomala concentrazione di Dna nelle provette: per il gip non si spiega nè con una patologia nè con l'eccesso di allenamento, ma solo col tentativo di manipolazione. Le provette, a suo dire, sarebbero state riscaldate per far evaporare l'acqua nell'urina, e aumentare la concentrazione di testosterone, con effetto indiretto sul Dna. C'è infine il maldestro tentativo della Wada, che per smontare questa conclusione a settembre 2019 parlò di una fantomatica analisi genetica effettuata due anni prima, senza peraltro allegare alcun documento. Tutto converge verso la volontà di incastrare Schwazer e Donati, e il gip sposa come movente la tesi della difesa: il controllo a sorpresa fu deciso il 16 dicembre 2015, lo stesso giorno in cui Schwazer testimoniò contro gli allora medici della federatletica italiana, accusati di consigliare doping agli atleti. La conclusione è che viene "accertato con alto grado di credibilità razionale che i campioni d'urina prelevati ad Alex Schwazer siano stati alterati allo scopo di farli risultare positivi e, dunque, di ottenere la squalifica ed il discredito dell'atleta come pure del suo allenatore, Sandro Donati". L'ultimo colpo di scena, a cinque mesi da un'altra Olimpiade.

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