Scontro su incendi e clima

LA BREVE VISITA DI IERI DI DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP IN CALIFORNIA



WASHINGTON. Gli apocalittici incendi che stanno devastando la costa ovest americana con un’intensità e un’ampiezza senza precedenti infiammano lo scontro sul climate change nella campagna elettorale. I messaggi di Donald Trump, che ieri ha visitato brevemente la California per spegnere le polemiche sul lungo silenzio con cui ha ignorato la tragedia, e quelli di Joe Biden sono agli antipodi. Come le due Americhe che rappresentano. “La causa è la gestione delle foreste”, è la tesi del presidente ribadita mentre arringava domenica sera migliaia di fan senza mascherina in un comizio indoor in Nevada. Ignorando ancora una volta la scienza e le restrizioni contro la pandemia del governatore dem Steve Sisolak, che lo ha accusato di un comportamento “vergognoso, pericoloso e irresponsabile”. Il tycoon, uscito dall’accordo di Parigi sul clima, non ha fatto alcun riferimento al cambiamento climatico. Da anni Trump è convinto che a sprigionare i roghi sia la mancata pulizia di tronchi e rami secchi nelle foreste. Due anni fa scivolò pure in una gaffe affermando, prima di essere smentito, che il presidente finlandese gli aveva detto che nel loro Paese si usa rastrellare i boschi per prevenirli. “Ci manderà più rastrelli’”, ha ironizzato il sindaco dem di Los Angeles Eric Garcetti, attaccando il presidente prima della sua visita per fare il punto sui danni: “Gli ci sono volute tre settimane, ora sono contento che venga ma abbiamo bisogno di più aiuto, aiuto materiale, non basato sull’affiliazione partitica o su come abbiamo votato”, ha detto, facendo eco alle accuse che Trump si disinteressa del disastro perché colpisce Stati democratici che non lo voteranno. Anche Biden è andato all’attacco del suo rivale, parlando dal suo Delaware: “Trump ignora e deride la scienza sia nella pandemia che nella lotta al cambiamento climatico, che pone un’imminente minaccia esistenziale al nostro modo di vivere. Può tentare di negare la realtà, ma i fatti sono inconfutabili”. Un’accusa rilanciata dalla sua vice, la senatrice Kamala Harris, tornata nella sua California per fare il punto sui danni e incontrare i responsabili dei servizi di emergenza. “Il tempo del dibattito è finito. Questa è una dannata emergenza climatica”, ha ammonito il governatore dem del Golden State Gavin Newsom, dopo che Barack Obama ha ricordato come nel voto di novembre sia in gioco anche la difesa del pianeta. Finora però Biden non ne ha approfittato per rilanciare il suo Green New Deal, forse per non esporsi alle accuse di essersi spostato troppo a sinistra. Ci ha pensato il suo ex rivale Bernie Sanders a ricordare il piano dem, ammonendo che resta poco tempo per invertire la rotta e accusando Trump non solo di ignorare il cambiamento climatico, da lui ritenuto una “bufala”, ma di peggiorarlo promuovendo l’uso di maggiore energia fossile. Eppure basta andare davvero nel West per capire che hanno ragione gli scienziati, secondo cui l’ampiezza dei roghi è legata al climate change, che aggrava una siccità cronica e provoca condizioni meteo estreme, responsabili anche dei sempre più frequenti e violenti uragani a sud. Il quadro lungo la costa pacifica è drammatico: intere cittadine bruciate, oltre 20 mila kmq di terreno distrutti in 12 Stati, mezzo milione di sfollati nel solo Oregon, decine di dispersi, un bilancio provvisorio di 35 morti, di cui 25 in California. E una qualità dell’aria, resa irrespirabile dal fumo, tra le peggiori al mondo a San Francisco, Portland e Seattle. L’aggravamento degli incendi di anno in anno, insieme al costo della vita sempre più elevato, sta facendo svanire anche il ‘California dream’: ormai negli ultimi anni sono più quelli che se ne vanno di quelli che arrivano, con una perdita secca tra il 2007 e il 2015 di un milione di abitanti.

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