Scoppia la rabbia popolare

BEIRUT/I LIBANESI INVOCANO LA RIVOLUZIONE. UN’ITALIANA TRA LE VITTIME



di Alberto Zanconato

ROMA. “Sono qui per lanciare un’iniziativa politica”, per chiedere ai dirigenti libanesi “di procedere con le riforme, un profondo cambiamento, la lotta alla corruzione”. E’ con queste affermazioni, ai limiti dello sgarbo diplomatico, che il presidente francese Emmanuel Macron ha dato voce alla rabia popolare concedendosi ad un bagno di folla in una Beirut devastata dalle esplosioni di martedì. Un cambiamento che secondo Macron deve partire da un’inchiesta “internazionale, aperta e trasparente” per fare chiarezza sulla deflagrazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio che ha provocato almeno 137 morti e 5.000 feriti, secondo un bilancio ancora provvisorio. Tra le vittime, secondo quanto reso noto dalla Farnesina, una cittadina italiana di 92 anni, Mari Pia Livadiotti, mentre almeno altri dieci connazionali sono rimasti leggermente feriti. Decine sono ancora i dispersi, e si continua a scavare tra le macerie. “Entro tre, al massimo quattro giorni, c’è sempre speranza di trovare gente viva”, ha detto all’Ansa uno degli operatori della protezione civile francese giunti al seguito di Macron, durante una visita nel quartiere di Gemmayze, uno dei più colpiti dalla devastazione. Primo capo di Stato ad arrivare nella capitale libanese dopo la tragedia, il presidente francese ha messo in chiaro che il suo Paese vuole svolgere un ruolo decisivo non solo nella ricostruzione di Beirut, organizzando, come ha detto ancora, “la cooperazione europea e più ampiamente la cooperazione internazionale”. Ma intende anche esercitare la sua influenza, grazie agli antichi legami con il Paese dei Cedri, in un processo di rinnovamento che dia risposta all’esasperazione di una nazione verso il tradizionale sistema politico- confessionale, rivelatosi incapace di affrontare la crisi economica e sociale e garantire la sicurezza della stessa capitale. “Il popolo vuole la caduta del regime” e “rivoluzione” sono le grida che si sono levate dai cittadini che hanno seguito in mattinata la visita di Macron a Gemmayze. Il presidente si è fermato a parlare con loro, ha abbracciato una donna, ha stretto le mani a molti, e poi ha promesso che tornerà il primo settembre per accertarsi di come vengono impiegati gli aiuti. Solo nel pomeriggio, al palazzo presidenziale di Baabda, ha incontrato i vertici delle istituzioni: il capo dello Stato Michel Aoun, il primo ministro Hasan Diab e il presidente del Parlamento Nabih Berri. Un colloquio, seguito da quello con i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, che deve avere avuto anche momenti di tensione. All’uscita non vi è stata alcuna conferenza stampa congiunta, ma Macron ha detto di avere parlato “molto francamente”, mentre e in una dichiarazione comune Aoun ha assicurato la “ferma determinazione” delle autorità libanesi nell’accertare le cause delle due esplosioni e ad “applicare sanzioni appropriate” ai responsabili. Il ministro degli Esteri, Charbel Wehbe, in un’intervista alla radio francese Europe 1 ha detto che entro “solo quattro giorni” gli investigatori dovranno fornire un rapporto dettagliato sulle responsabilità di questo “crimine efferato di negligenza”. Ma un’opinione pubblica delusa da una classe politica giudicata corrotta non mostra alcuna fiducia sulla possibilità di arrivare alla verità. Uno scetticismo condiviso dai quattro ex primi ministri - tra cui Saad Hariri - che hanno chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta internazionale. A loro si sono uniti oggi, insieme a Macron, anche lo storico leader druso Walid Jumblatt e il capo delle Forze Libanesi cristiane Samir Geagea, oltre ad Amnesty International e Human Rights Watch. Gli aiuti internazionali continuano intanto ad arrivare a Beirut. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto che un volo umanitario partito da Brindisi ha trasportato nella capitale libanese 8,5 tonnellate di materiale sanitario messo a disposizione della Cooperazione italiana. Il Libano, ha sottolineato il capo della Farnesina, “per noi è una seconda casa. Aiutare quel paese significa stabilizzarlo, e significa evitare i flussi migratori”. Mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in un colloquio telefonico con il premier Diab ha espresso “la profonda solidarietà del governo italiano” e ha assicurato che l’Italia è pronta a fornire ogni ulteriore assistenza richiesta.

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