Si risveglia la città dell’odio



NEW YORK. Soltanto due isolati separano Dealey Plaza, il luogo dell'assassinio di JFK, dal sito dell'imboscata della strage dei poliziotti bianchi che garantivano il servizio d'ordine a una marcia di protesta per gli ultimi due casi di violenza letale contro neri da parte delle forze dell'ordine. Se Micah Johnson non è Harvey Lee Oswald, il fantasma dell'assassinio del presidente Kennedy, il più amato dagli americani si è allungato ugualmente nella notte più drammatica di Dallas. Cinque poliziotti uccisi, almeno sette feriti.

"Dallas ha vissuto la sua più grande tragedia quando Kennedy è stato assassinato negli anni Sessanta. Oggi viviamo emozioni simili", ha ammesso l'Attorni General statale Ken Paxton esprimen- do ieri alla CNN il sentimento di tanti concittadini e parlando di "un giorno triste per tutti i texani".

La città si è svegliata con un immenso mal di testa dalla sua notte più lungada allora. Un dolore immenso, un lutto nazionale e una ferita mai veramente rimarginata sono parole che si addiconoa oggi come a quel lontano e sempre vivo 22 novembre 1963. Come le bombe a Pearl Harbor e il crollo delle Torri Gemelle, l'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy è rimasto scolpito nella memoria collettiva globale come uno di quei rari momenti in cui chi allora era vivo ricorda esattamente dov'era e cosa stava facendo.

"I sette secondi che spezzarono la schiena al secolo americano", come definì quel momento lo scrittore Don DeLillo,un atto di violenza inspiegabile commesso da un 'signor nessuno' in un conte- sto di onnipresente copertura mediatica, regalò a Dallas il non invidiabile so- prannome di "Città dell'odio". Una nomea con cui fino a ieri, grazie anche al fatto che nove su dieci dei suoi attuali abitanti non erano lì quando Kennedy fu ucciso, la metropoli texana stava imparando a convivere, accettando il suo oscuro passato. Ieri, quale sia la stata la dinamica (se ad esempio uno o più cecchini alla Oswald abbiano sparato dal- l'alto di palazzi del centro come inizialmente indicato dalla polizia), quel passato è tornato. Quel passato che fece accogliere nella stessa Dallas a insulti e sputi l'ambasciatore di Kennedy all'Onu Adlai Stevenson un mese prima dell'as- sassinio del presidente, è ritornato a galla in quel mix ancora tristemente at- tuale di violenza e odio di razza. "E' stata la cosa più grossa successa qui dal giorno che è morto JFK", ha detto Jalisa Jackson, una residente di Dallas: "E' surreale".


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