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Stampa: bersaglio sbagliato


USA/TRUMP, SESSIONS E LA GUERRA ALLE “GOLE PROFONDE”


I l procuratore generale ha detto chiara- mente che concentriamo i nostri sfor- zi sulle gole profonde e non i giornali- sti. Noi ci preoccupiamo di inseguire

quelli che commettono reati”. Con queste paro- le, Rod Rosenstein, il vice procuratore generale degli Stati Uniti, ha cercato di spegnere il fuoco creato dal suo capo, Jeff Sessions, che aveva sug- gerito il contrario. Sessions aveva detto recente- mente che il ministero di giustizia rispetta la stampa ma il rispetto “ha dei limiti” e i giornalisti non “possono mettere a rischio la sicurezza na- zionale e la vita degli agenti”.

Pressato per chiarimenti Sessions si è semplicemente allontanato senza ulteriori spiegazio- ni. Difficile speculare ma ovviamen- te il contesto della situazione del procuratore generale con il suo capo, il presidente Donald Trump, ci aiuta a capire. Come si sa, il 45esi- mo presidente ha mandato una serie di tweet in cui ha dimostrato la sua delusione per l’operato di Sessions. In particolare l’attuale inquilino del- la Casa Bianca ha rimproverato Sessions per essersi ricusato da tut- te le inchieste sul Russiagate la- sciando la patata bollente nelle mani del vice procuratore generale. Come si ricorda, Rosenstein ha dato l’in- carico di procuratore speciale a Robert Mueller per l’inchiesta sull’interferenza russa nell’elezione americana. Si credeva che Trump volesse licenziare Sessions ed eventualmente nominare un sostituto che avrebbe messo fine al Russiagate ma la reazione del Senato è stata di netta opposizione. Trump ha capito che un eventuale licenziamento di Sessions non sarebbe ben visto e sarebbe opposto dai se- natori, alcuni dei quali hanno asserito con parole chiarissime che sarebbero poco propensi alla conferma di un nuovo procuratore generale.

Ciononostante i tweet scoraggianti di Trump avranno certamente deluso Sessions consideran- do il fatto che l’ex senatore dell’Alabama è stato uno dei primi fedeli sostenitori della campagna elettorale di Donald Trump. L’attuale procuratore generale non si è dimesso nonostante i tweet umilianti di Trump sul suo riguardo ed ha conti- nuato il suo lavoro. Adesso l’enfasi sulle gole pro- fonde, legata al lavoro dei giornalisti, ci appare“I l procuratore generale ha detto chiara- mente che concentriamo i nostri sfor- zi sulle gole profonde e non i giornali- sti. Noi ci preoccupiamo di inseguire quelli che commettono reati”. Con queste paro- le, Rod Rosenstein, il vice procuratore generale degli Stati Uniti, ha cercato di spegnere il fuoco creato dal suo capo, Jeff Sessions, che aveva sug- gerito il contrario. Sessions aveva detto recente- mente che il ministero di giustizia rispetta la stampa ma il rispetto “ha dei limiti” e i giornalisti non “possono mettere a rischio la sicurezza na- zionale e la vita degli agenti”. Pressato per chiarimenti Sessions si è sem- plicemente allontanato senza ulteriori spiegazio- ni. Difficile speculare ma ovviamen- te il contesto della situazione del procuratore generale con il suo capo, il presidente Donald Trump, ci aiuta a capire. Come si sa, il 45esi- mo presidente ha mandato una serie di tweet in cui ha dimostrato la sua delusione per l’operato di Sessions. In particolare l’attuale inquilino del- la Casa Bianca ha rimproverato Sessions per essersi ricusato da tut- te le inchieste sul Russiagate la- sciando la patata bollente nelle mani del vice procuratore generale. Come si ricorda, Rosenstein ha dato l’in- carico di procuratore speciale a Robert Mueller per l’inchiesta sul- l’interferenza russa nell’elezione americana. Si credeva che Trump volesse li- cenziare Sessions ed eventualmen- te nominare un sostituto che avreb- be messo fine al Russiagate ma la reazione del Senato è stata di netta opposizione. Trump ha capito che un eventuale licenziamento di Sessions non sarebbe ben visto e sarebbe opposto dai se- natori, alcuni dei quali hanno asserito con parole chiarissime che sarebbero poco propensi alla conferma di un nuovo procuratore generale. Ciononostante i tweet scoraggianti di Trump avranno certamente deluso Sessions consideran- do il fatto che l’ex senatore dell’Alabama è stato uno dei primi fedeli sostenitori della campagna elettorale di Donald Trump. L’attuale procuratore generale non si è dimesso nonostante i tweet umilianti di Trump sul suo riguardo ed ha conti- nuato il suo lavoro. Adesso l’enfasi sulle gole pro- fonde, legata al lavoro dei giornalisti, ci apparevita nel 2016 nel Medio Oriente (30), Asia (28), America Latina (24), Africa (8), e alcuni in Euro- pa. Ciononostante i rapporti fra il governo e la stampa sono stati tesi durante il governo di Trump come ci testimoniano anche le conferenze stam- pa alla Casa Bianca, divenuti chiari scontri verbali fra giornalisti e i portavoce del presidente. Quando Trump e Sessions alzano il dito con- tro i giornalisti perché pubblicano notizie ottenu- te da “gole profonde” sbagliano bersaglio. Il pro- blema in America non sono i giornalisti per la fuga di notizie. La fuga di notizie specialmente dalla Casa Bianca sono dovute proprio agli individuiche vi lavorano. A cominciare dal presidente stes- so come abbiamo visto nel mese di maggio. Se- condo il Washington Post il 45esimo presidente avrebbe trasmesso a dei diplomatici russi alla Casa Bianca informazioni segrete sull’Isis raccolte da alleati americani. In altri casi membri dello staff di Trump hanno rivelato notizie a cronisti per mettere in cattiva luce avversari alla Casa Bianca. Sessions ha parlato dei pericoli che alcuni giornalisti causano alla sicurezza degli Stati Uni- ti cercando di distribuire la colpa fra dipendenti governativi che hanno rilasciato informazioni classificate e i giornalisti. I giornalisti però non vengono denunciati per pubblicare queste infor- mazioni in grande misura perché agiscono pro- fessionalmente. Infatti, prima di pubblicare in- formazioni pericolose i giornalisti controllano con agenzie del governo perché do- potutto, anche loro, sono americani e hanno a cuore la sicurezza nazio- nale. Sessions dunque con i suoi an- nunci di una futura linea dura contro i giornalisti cerca di ricucire i pro- pri rapporti con Trump aiutando il presidente nei suoi tentativi di delegittimare la stampa. La minac- cia del procuratore generale di ri- vedere i provvedimenti che potreb- bero condurre alle denunce di gior- nalisti che non rivelano le loro fonti suonano però false. Pochi infatti sono i giornalisti che hanno avuto problemi con questa situazione. Si ricorda il caso di Judith Miller del New York Times la quale nel 2005 si è rifiutata di rivelare la fonte di un articolo sulla guerra in Iraq. Il caso fu eventualmente risolto senza car- cere per la giornalista. Attaccare un’intera professione consiste di un atteggiamento politi- co tipicodiTrump.Sessions,dapro- curatore generale, dovrebbe astenersi da queste azioni. Ma la sua lunga carriera politica, legata a quella di Trump negli ultimi due anni, avrà influen- zato il suo annuncio che ovviamente non tran- quillizza i giornalisti. Rosenstein, però, ha preso le distanze dal suo capo, dicendo che la pubblica- zione di informazioni non è reato. Il reato, quan- do c’è, lo hanno commesso le “gole profonde” che hanno rilasciato informazioni che dovrebbe- ro rimanere segrete. *Docente di lingue all’Allan Hancock College, Santa Maria, California (dmaceri@gmail.com)


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