Stretta finale sull’Isis


LE TRUPPE IRACHENE ENTRANO A MOSUL: “ARRENDETEVI O MORIRETE”


ERBIL. Le forze irachene sono entrate a Mosul: dopo due settimane di offensiva, ieri all’alba hanno lanciato un attacco massiccio, accompagnato dal fuoco dei cannoni degli alleati Peshmerga e dal diluvio di bombe sganciato dai cacciabombardieri della Coalizione. Il premier iracheno Haidar al Abadi, dalla città liberata di Shura, 35 km a sud di Mosul, ha lanciato l’ultimatum adAbu Bakr al Baghdadi e alle sue residue forze: “Arrendetevi o morirete”. “Le forze di liberazione irachene - ha promesso - taglieranno presto la testa del serpente a Mosul: il resto delle sacche di Daesh saranno indebolite e saremo in grado di spazzarle via rapidamente”. A mano che non sia una strategia per far avanzare le truppe tra i palazzi e le trappole della città, i jihadisti sembrano allo sbando: si sono sparpagliati nelle case dei civili a Gagjali, il primo quartiere orientale della città a cadere, quello da dove sono penetrate le Golden Eagle, le temibili forze d’elite di Baghdad che ora hanno il compito di marciare verso il cuore della “capitale” del “califfato”, proclamato proprio a Mosul nell’estate del 2014. I miliziani stanno rastrellando i civili, non più per utilizzarli come scudi umani ma per mandarli a combattere allo sbaraglio. Una cinquantina di ragazzi arruolati a forza sono stati trucidati a Ninive, l’antica cittadina che sorge sulla riva orientale di Mosul. Un altro massacro è stato compiuto a nord della città: in un villaggio 300 civili ed ex poliziotti e militari iracheni sono stati uccisi a sangue freddo “dai plotoni di esecuzione”.

Si tratta di notizie su cui un tempo predominava lo scetticismo, ma che in questi due anni di vita del Califfato hanno trovato puntuali conferme, arrivate dalle ong, dai media internazionali e infine certificate dall’Onu. Da Mosul ieri sono filtrate testimonianze fino a domenica impensabili: gli iracheni “sono a Gagjali, nella zona est di Mosul. I miliziani dell’Isis si stanno sparpagliando lungo la linea difensiva orientale verso al-Karama, e si barricano nelle case dei civili. Hanno imposto il coprifuoco”, hanno raccontato gli attivisti della città raggruppati in un account collettivo sui social network considerato il più affidabile, testimoniando quasi in tempo reale l’avanzata dei “liberatori”. Del resto le fila del califfo si stanno sfilacciando: i suoi cinquemila uomini, secondo il Pentagono, ma potrebbero essere anche molti meno, sono circondati da oltre 40.000 soldati, tra forze speciali irachene, Peshmerga e milizie sciite. Queste ultime, le al Shaabche rispondono a Teheran, accusate di aver commesso atrocità contro la popolazione sunnite nelle zone liberate nell’ultimo anno in Iraq, hanno anche loro sbaragliato il nemico. Ora sono a 7 km dall’aeroporto di Mosul: in tre giorni di assalti sul fronte occidentale hanno strappato all’Isis 39 villaggi. Hanno l’ordine tassativo di non entrare in città, per evitare possibili vendette contro la popolazione in larga parte sunnita. Potrebbero essere un milione i civili in trappola e lungo tutta la linea del fronte orientale sono stati già allestiti enormi campi profughi. Decine di civili, al calare del buio, sono riusciti ad attraversare le linee jihadiste, man mano che l’Isis era costretto a ritirarsi, accolti dai Peshmerga in festa nella “trincea Bashiq”, dove grazie anche ai missili anti-carro Folgore forniti dall’Italia hanno abbattuto l’artiglieria pesante delCaliffo. Lì ci sono anche i cecchini statunitensi, che non sparano ma con i loro fucili ad alta precisione riescono ad individuare il nemico. Lavorano come matti per tutto il giorno, stremati nelle basi al tramonto si lamentano perché mancano il bourbon e le sigarette. L’attacco a Mosul era dato per imminente già dallo scorso venerdì: il maltempo e il vento forte che ruggiva da est ha ritardato l’avvio dell’offensiva. Alla fine l’ora X è arrivata: e come fulmini di guerra le forze anti-Isis hanno sferrato un colpo che appare già quasi mortale a Baghdadi. Qualcuno ritiene che il “califfo” sia ancora a Mosul: abbandonare la città avrebbe significato colpire al cuore il suo gruppo di massacratori. Ma, ammesso che sia ancora vivo, questa è una storia ancora tutta da scrivere.


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